La lotta sociale come legge di progresso

Thumbnail[1].jpg      Il saggio di cui parliamo è, a suo modo, celebre: Lotta di classe, legge di progresso. Il contenuto è chiaramente espresso nel titolo, tuttavia proprio il repentino cambio del titolo –che diventerà La lotta sociale (e non “lotta di classe”)legge di progresso, sottintende la distanza in termini concettuali dalla lotta di classe marxianamente intesa.

      Del resto, lo stesso Don Sturzo aprendo il saggio[1] sente di dover,in qualche modo di chiarire se non di giustificarsi per il tema che intende affrontare: 

      «Mi son prefisso di parlarvi della lotta sociale come legge di progresso. Potrà ad alcuno sembrare strano che un prete e un convinto propugnatore della democrazia cristiana, che ha per insegna l’armonia delle classi, possa svolgere simile tesi;  e già sin dal principio temo che alcuno, anche senz’essere conservatore, in cuor suo reagisca contro un principio così crudelmente affermato, e che per lo meno sa di tendenza socialista».[2]

      Gianfranco Morra chiarisce, a nostro avviso in modo mirabile, la questione del sacerdote cattolico Sturzo che affronta il tema cruciale della lotta sociale  che sembra una questione di esclusiva pertinenza marxista:

      «Dire marxismo è dire lotta di classe. Per il marxismo la lotta di classe è, insieme, una realtà e un compito. Il marxismo si dice socialismo scientifico in quanto considera la lotta di classe come l’unico strumento del progresso storico e vede nella rivoluzione classista del proletariato la possibilità di mettere fine alla lotta di classe. Marx non è tanto lo scopritore della lotta di classe(…)

      Qual è l’atteggiamento di Sturzo di fronte a questa scoperta “scientifica” del marxismo? E’ la distinzione tra la verità storica e il mito messianico. Che vi siano le classi, che vi sia la lotta di classe, è un fatto difficilmente negabile.

 

      La lotta è la legge stessa dell’esistenza, dato che l’uomo vive in un ambiente, naturale e sociale, cosparso di ostacoli da superare. Se Marx si limitasse ad asserire la realtà della lotta e la necessità di servirsi della lotta per un reale progresso sociale, Sturzo sarebbe un marxista.»[3]

 

      Morra prosegue e giunge al punto; la questione del titolo della conferenza-saggio di Sturzo che significativamente muta il proprio titolo:

      «Marxista potrebbe anche sembrare uno dei primi lavori di Sturzo, la conferenza (poi opuscolo) dell’anno 1902, il cui titolo “sovversivo” suonava: Lotta di classe legge di progresso. Titolo piuttosto equivoco, come si accorse Sturzo stesso, il quale, anche dietro il suggerimento di Romolo Murri, modificò il titolo della conferenza, quando la ripubblicò nella raccolta delle Sintesi sociali : La lotta sociale legge di progresso.

 

      Il mutamento del titolo, dunque, non riflette solo una opportunità pratica, ma anche una consapevolezza teorica: che la storia è veramente lotta in ogni suo momento e che nell’epoca industriale è soprattutto lotta di classe; che, tuttavia, il cattolico non può considerarla positivamente, neppure come strumento di liberazione.

       L’utopia marxista della fine della lotta di classe attraverso la radicalizzazione della lotta di classe viene rifiutata da Sturzo».[4]

 

      Probabilmente ci siamo un po’ dilungati, tuttavia -anche correndo il rischio di incorrere in una digressione oltremodo fuori tema- ci pare opportuno chiarire bene il tema della lotta di classe sturzianamente inteso: non fosse altro che per una riabilitazione postuma dalle accuse di “prete rosso” che don Sturzo dovette subire.[5]




[1] Il saggio in questione è il testo di una conferenza letta il 13 giugno 1902 al circolo universitario di Napoli, successivamente la stessa conferenza sara letta al salone dell’Arcivescovado di Milano il 12 maggio 1903 e al circolo universitario di Torino il 19 maggio 1903. Si può evincere come  Don Sturzo portando le sue idee animava il dibattito dell’intera Nazione, presenziando nelle città più importanti, al nord come al sud.

 

[2] Ivi, p.24

 

[3]  G. MORRA, Sturzo profeta della seconda repubblica, Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo, Roma, 1999, p.62

 

[4]  Ivi, pp.62-63 [corsivo nostro]

 

[5]  E’ certamente singolare il ventaglio di critiche che Don Sturzo suscitò: senza entrare troppo nello specifico  ricordiamo che parallelamente alle accuse di socialismo (“prete  rosso”, appunto.) molto in voga durante il Ventennio, Sturzo passò poi ad essere considerato come un uomo di destra,conservatore e reazionario. Di quest’ultimo tipo di critica furono  protagonisti soprattutto le correnti democristiane progressiste(Dossetti soprattutto, ma non solo). In entrambi i casi si tratta, secondo noi, di critiche faziose che non colgono l’estremo equilibrio del pensiero politico sturziano

.

Perché Don Sturzo fu educatore

«Ogni educazione è problema spirituale e viene fatta principalmente nell’interno di ciascuno di noi, con la propria esperienza, in ambiente di spontaneità e libertà. La qualità e le condizioni di ambiente sono di primaria importanza. Dove c’è costrizione, l’educazione sarà artificiale e darà effetti sofisticati. Dove c’è libertà, la formazione dell’animo procede più naturale».

 

     In questa affermazione di Don Luigi Sturzo sono presenti alcuni tratti essenziali del suo pensiero e della sua persona: in primis l’afflato spirituale che gli deriva dalla grande fede (è il caso di dire subito che Sturzo muore in concetto di santità e che è avviato alla gloria degli altari), ma anche il suo grande amore per la libertà.

La citazione d’apertura, tuttavia, ci è di ausilio per introdurre il discorso sulla valenza educativa del pensiero sturziano.

Probabilmente sarebbe sufficiente dire che una persona,  la quale ha bene operato sul piano politico e culturale,  rimane di per sé  una forte testimonianza che si “impone” come luminoso esempio e quindi come un insegnamento sempre valido ed attuale. E tuttavia – ed è questo l’auspicio – si dovrebbe aggiungere a questa  verità una riflessione più approfondita sulla sua vita e sul suo pensiero.

Gli scritti di Don Luigi Sturzo sono numerosissimi, così come pure è – diremmo giustamente – vasta la bibliografia su di lui. E non solo in Italia: il suo pensiero “impegna” oramai pure le aule universitarie anche e particolarmente all’estero, in Europa, negli Stati Uniti e persino in Cina.

 Il nostro impegno? Provare a cogliere e dimostrare la valenza educativa del pensiero del sacerdote siciliano. Occorre una  “introduzione” teoretica relativa al discorso pedagogico (con particolare riferimento, eventualmente, ad alcuni autori) e ai luoghi dell’educazione, seguita da  una disamina del pensiero sturziano visto nella prospettiva filosofica e, più nello specifico, gli agganci del suo pensiero con il discorso pedagogico. Si tratta un po’ una “sfida”, forse ardita, ma che può avere effetti sorprendenti.

Per elaborare tutto ciò si dovrebbe scandagliare l’ampia produzione di scritti sturziani (produzione alquanto variegata e per alcuni aspetti eterogenea) e verificare in essi le tracce di un possibile discorso educativo.

Naturalmente non vi è la benché minima certezza di riuscire nell’intento epperò ci rimarrebbe la soddisfazione di adempiere a quanto lo stesso Sturzo chiedeva nell’accorato appello «Prego Dio che il mio grido sopravviva alla mia tomba», consapevole e presago, forse, della difficoltà che il suo insegnamento venisse accolto e messo in pratica.

 

 

UN GIOVANE STURZO ALLA SCRIVANIA.jpg

 cosimo de matteis

I luoghi dell’educazione.

piazza luigi sturzo, caltagirone.jpg 

Pare assodato, in molti ambiti della riflessione pedagogica, che l’educazione è ovunque.

Fermo restando che questo può apparire uno slogan (e non è inverosimile che venga usato come tale,in modo vagamente demagogico o addirittura ideologizzato)

è innegabile che sarebbe fuori dalla realtà circoscrivere l’azione educativa alla scuola

e pochi altri settori prescritti e tassativamente indicati.

La distinzione fra luoghi intenzionali e luoghi non intenzionali

(una distinzione “classica”, un poco “artificiosa” ma,tutto sommato, valida e chiara)

è un buon punto di partenza per addentrarci nel vasto campo dei luoghi dell’educazione.

L’educazione, quindi, è ovunque ma: 

a) non sempre (e non in tutti i luoghi) vi è intenzionalità educativa;

b) non sempre (e non in tutti i luoghi) vi è educazione professionale. 

 

Si potrebbe aggiungere anche la distinzione fra spazi educativi e clima educativo, e parimenti introdurre la questione riguardo la presenza o meno di una programmazione .

Tuttavia questo discorso sarebbe molto lungo, ci porterebbe lontano e non è detto che l’approdo sarebbe  chiaro e “pacifico”. Fermiamoci, pertanto, alla distinzione fra luoghi intenzionali e luoghi non intenzionali.

      Ora, è evidente che ci interessano maggiormente questi ultimi ( i luoghi dell’educazione non intenzionali) poiché, in  questa sede, ci stiamo occupando di un uomo che non fu educatore “di professione”, bensì di un sacerdote che, per di più, si è occupato di politica praticamente lungo tutto l’arco della sua vita.

(nella foto:piazza Luigi Sturzo e l’omonima Galleria, Caltagirone)

Le parole sturziane sull’educazione

DON LUIGI STURZO.jpgE’ datato il giorno dell’Immacolata (8 Dicembre 1900) il primo intervento significativo  di Luigi Sturzo –all’epoca giovane sacerdote, neppure trentenne- attorno al problema dell’educazione, più precisamente riguardo la istruzione delle masse popolari; in particolare delle classi lavoratrici : «il popolo nella parte tecnica non  ha l’istruzione professionale dovuta, anzi, col regime attuale degli studi, spesso si dà ai giovani operai l’occasione di divenire degli spostati.»[1]

 

      Ed è significativo, anche, che si tratti del primo scritto di un certo rilievo che Sturzo pubblica: si può dire, quindi, che il pensiero all’educazione e all’istruzione del popolo è presente fin dall’inizio della sua opera.

Ci troviamo in anni particolarmente attivi e fertili per il Sacerdote di Caltagirone: la promulgazione, nel 1891, dell’Enciclica Rerum Novarum [2] aveva rappresentato uno stimolo, formidabile ed ispirato, all’interno del mondo cattolico ( ed una vasta eco anche all’esterno di esso).

 

      Don Luigi Sturzo inizia (meglio: prosegue) la sua attività fra Roma e la natìa Caltagirone. Di quegli stessi anni è pure l’incontro con Romolo Murri (1870-1944)[3] e con la rivista “La Cultura Sociale” fondata e diretta dallo stesso Murri.  Prima ne fu attento lettore, quindi divulgatore nella sua Sicilia e infine attivo collaboratore.

Nel 1901 Sturzo pubblica L’organizzazione di classe e le unioni professionali proprio per la casa editrice dello stesso Murri, ossia la Società Italiana Cattolica di Cultura, dal quale volume abbiamo preso quelle frasi in apertura di capitolo, che palesano l’interesse sturziano per i temi della educazione e della formazione e che tale interesse è presente, perciò, fin dall’inizio nell’opera e nel pensiero sturziano

 




[1]  L. STURZO, L’organizzazione di classe e le unioni professionali, Società Italiana Cattolica di Cultura, 1901 ; ora in  L. STURZO, Sintesi sociali, Zanichelli, Bologna, 1961, p. 150

 

[2]     Il Sommo Pontefice allora regnante, Leone XIII (1810-1903), promulgò il noto Documento il 15 maggio 1891. Sinteticamente, si può dire che esso consti di due parti: una, per cosi dire, pars destruensIL SOCIALISMO, FALSO RIMEDIO”, e la corrispettiva pars costruens “IL VERO RIMEDIO: L’UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI”. Giova qui ricordare che il rimedio,che si cercava di individuare, era riferito alla nota “questione sociale”.

 

[3]     Del sacerdote marchigiano “irrequieto” ed alquanto ribelle abbiamo gia parlato : qui,oltre a rinviare al suo maggiore studioso e biografo Lorenzo Bedeschi, Murri, Sturzo, De Gasperi, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi),1994 , ricorderemo che Don Romolo Murri fu impegnato in primo piano nell’ambito sociale e politico.

          Fu il teorico di quella “Democrazia Cristiana” che ispirerà tanti,fra cui lo stesso Sturzo e piu tardi Alcide De Gasperi. Non si può far a meno di ribadire la sua diversità di vedute con la Santa Sede: più volte richiamato all’ordine, Murri disobbedì e prosegui per la sua strada. Inevitabile giunse la scomunica.

          Romolo Murri, è bene dirlo,  si riconciliò con Santa Madre Chiesa solo sul letto di morte. E’ opportuno, in questa sede, ribadire che Don Luigi Sturzo prese subito le distanze dal prete marchigiano, pur continuando a pregare per lui e per il suo ritorno alla Chiesa Cattolica.