La politica come luogo educativo

La politica può essere una sede idonea a trasmettere messaggi educativi. Ciò, naturalmente, a determinate condizioni: è fin troppo evidente – e non sembri banale il ribadirlo – che tali condizioni (l’onestà, la moralità, la tensione all’autentico bene comune) non sussistono nell’odierno quadro politico-amministrativo[1] , salvo sporadiche e lodevoli eccezioni.Quando, però, ci troviamo di fronte a personaggi di indubbia moralità, radicati nella onestà più cristallina e trasparente, allora il discorso cambia.

 

     Luigi Sturzo ha incarnato questa situazione di impegno leale e disinteressato (nel senso di interesse per il bene comune e non per il proprio tornaconto).

     Prima ancora di pensare al grande statista di portata internazionale, si pensi all’intenso operato nel piccolo ambito della  natia Caltagirone. Abbiamo già ampiamente parlato, in altri articoli di questo sito, della vasta attività amministrativa svolta tra il 1905 e il 1920 come pro-sindaco del centro siciliano. Fin da tali prime esperienze locali è possibile individuare l’afflato educativo, ovvero di autentica promozione umana, svolto – ad esempio – nei confronti degli agricoltori calatini .

      Né possiamo dire di essere i primi (men che meno gli unici) a cogliere questa dimensione del pensiero e dell’opera sturziana.          Già nel 1981 l’italo-americano Alfred Di Lascia intitola “La pedagogia della politica” un capitolo del suo denso studio su don Sturzo  in cui viene rivelata la valenza socio-educativa del pensiero sturziano e, con una sorprendente coincidenza rispetto all’idea di Colonna della società educante, così scrive: «il pluralismo democratico di Sturzo richiede che a nessuna istituzione, a nessun agente, a nessuno strumento possa esser permesso di raggiungere un controllo esclusivo (monistico) ; donde la sua vigorosa insistenza su un  insieme sanamente articolato di istituzioni, di funzioni e di poteri separati eppure reciprocamente rapportuali ; né può alcuna istituzione rivendicare una sensibilità totale monopolizzando il processo teleologico -pedagogico»[2].

 

     Quello che vogliamo mettere in particolare evidenza è l’impegno profuso da Sturzo in tale direzione: l’agire politico finalizzato  davvero al bene comune, al miglioramento delle condizioni di vita, ad un autentico sviluppo della persona che non può assolutamente prescindere dalla dimensione soprannaturale.

     Don Sturzo, pertanto, guarda alla coscienza, punta alla coscienza: «L’appello alla coscienza è una costante nel pensiero di Sturzo, e il suo desiderio di realizzare una trasformazione di coscienza, è sovrano.

      Tuttavia, dato che gli storici politici (forse per opzione metodologica) tendono a trascurare o a sottovalutare le complessità della coscienza mentre coloro che hanno scritto su Sturzo e le sue teorie politiche tendono a dare insufficiente attenzione ai presupposti filosofici, siamo ancora una volta, per cosi dire, spinti a sottolineare l’interazione, nel pensiero di Sturzo, dell’esistenza pedagogica (coscienza) e la pressione pratica (politica); dell’aspettativa ideologica (teoretica) e la richiesta tattica (pratica); del valore trascendente (morale -teoretico) e l’atto immanente (pratico-concreto).

      La costanza dell’appello alla coscienza può esser confermata da una accurata lettura degli scritti di Sturzo dopo il suo ritorno in Italia nel 1946, e specialmente durante gli anni ’50 »[3].

   La coscienza, quindi. E non si riferisce (Sturzo, e noi con lui) ad una generica  “coscienza collettiva” come alcuni pure sostengono, bensì alla singola coscienza di ogni persona, la coscienza individuale. Così scrive, in proposito, Giuseppe Catalfamo: «Per Durkheim, com’è noto, la morale, il diritto, la religione, la politica sono una proiezione della “coscienza collettiva”, che è propria di ogni gruppo sociale e, di conseguenza, risolutiva  sé della coscienza individuale.

       E qui sta l’errore. Se è vero, infatti, che ci sono modi di pensare comuni ad una molteplicità di individui che hanno vincoli di razza, nazione, cultura, tradizione, insediamento, è vero anche, e in modo innegabile, che la coscienza individuale persiste indistruttibile, ancorché in determinate circostanze possa non avere  la possibilità di esprimersi in opposizione alla coscienza di gruppo.

      E se esiste ed è incancellabile la coscienza individuale, esistono i rapporti ab nomine ad hominem , come rapporti da coscienza a coscienza, indipendentemente dal fatto di appartenere ad un gruppo»[4].

 




[1] H. A. CAVALLERA, La costruzione del domani. L’educazione politica, Edizione Milella, Lecce, 1984, pp. 155-159.

 

[2] A.DI LASCIA, Filosofia e storia in Luigi Sturzo, Edizioni Cinque Lune-Istituto Luigi Sturzo, Roma, 1981, p.351.

 

[3] Ivi.,p.354

 

[4] G. CATALFAMO, Fondamenti di una pedagogia della speranza , Editrice La Scuola, Brescia, 1986, pp. 101-102

Perché Don Sturzo fu educatore

«Ogni educazione è problema spirituale e viene fatta principalmente nell’interno di ciascuno di noi, con la propria esperienza, in ambiente di spontaneità e libertà. La qualità e le condizioni di ambiente sono di primaria importanza. Dove c’è costrizione, l’educazione sarà artificiale e darà effetti sofisticati. Dove c’è libertà, la formazione dell’animo procede più naturale».

 

     In questa affermazione di Don Luigi Sturzo sono presenti alcuni tratti essenziali del suo pensiero e della sua persona: in primis l’afflato spirituale che gli deriva dalla grande fede (è il caso di dire subito che Sturzo muore in concetto di santità e che è avviato alla gloria degli altari), ma anche il suo grande amore per la libertà.

La citazione d’apertura, tuttavia, ci è di ausilio per introdurre il discorso sulla valenza educativa del pensiero sturziano.

Probabilmente sarebbe sufficiente dire che una persona,  la quale ha bene operato sul piano politico e culturale,  rimane di per sé  una forte testimonianza che si “impone” come luminoso esempio e quindi come un insegnamento sempre valido ed attuale. E tuttavia – ed è questo l’auspicio – si dovrebbe aggiungere a questa  verità una riflessione più approfondita sulla sua vita e sul suo pensiero.

Gli scritti di Don Luigi Sturzo sono numerosissimi, così come pure è – diremmo giustamente – vasta la bibliografia su di lui. E non solo in Italia: il suo pensiero “impegna” oramai pure le aule universitarie anche e particolarmente all’estero, in Europa, negli Stati Uniti e persino in Cina.

 Il nostro impegno? Provare a cogliere e dimostrare la valenza educativa del pensiero del sacerdote siciliano. Occorre una  “introduzione” teoretica relativa al discorso pedagogico (con particolare riferimento, eventualmente, ad alcuni autori) e ai luoghi dell’educazione, seguita da  una disamina del pensiero sturziano visto nella prospettiva filosofica e, più nello specifico, gli agganci del suo pensiero con il discorso pedagogico. Si tratta un po’ una “sfida”, forse ardita, ma che può avere effetti sorprendenti.

Per elaborare tutto ciò si dovrebbe scandagliare l’ampia produzione di scritti sturziani (produzione alquanto variegata e per alcuni aspetti eterogenea) e verificare in essi le tracce di un possibile discorso educativo.

Naturalmente non vi è la benché minima certezza di riuscire nell’intento epperò ci rimarrebbe la soddisfazione di adempiere a quanto lo stesso Sturzo chiedeva nell’accorato appello «Prego Dio che il mio grido sopravviva alla mia tomba», consapevole e presago, forse, della difficoltà che il suo insegnamento venisse accolto e messo in pratica.

 

 

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 cosimo de matteis