Il Governo Monti

Riporto integralmente l’articolo odierno apparso su “La Bussola Quotidiana” scritto dal Direttore della Testata, Riccardo Cascioli. Va da sè che ne condivido in tutto e per tutto il contenuto. Il titolo originale è “Viva la tecnica” ed è una lucidissima analisi della delicata fase politica.(c.d.)


Alla fine è andata come noi non volevamo andasse. Invece che puntare subito alle elezioni anticipate anche il Pdl si è piegato al governo “tecnico”: incarico a Mario Monti, già oggi forse avremo i nomi dei ministri. Secondo le previsioni già oggi dovremmo vedere i primi effetti benefici della soluzione, con l’affievolirsi degli attacchi speculativi sull’Italia.

Rimane però il fatto che quella in cui siamo entrati è una fase di sospensione della democrazia, perché un governo viene praticamente imposto senza che sia mai stato votato dal popolo. partito popolare sturziano, don sturzo, sturzo e monti, il governo monti, la bussola quotidiana, il governo monti, mario monti, riccardo cascioli, politica, governo monti, viva la tecnica, cosimo de matteisLo dimostra il fatto che anche le forze politiche in Parlamento più ostili alla soluzione tecnica, alla fine hanno piegato la testa scendendo a più miti consigli.

 Ma soprattutto dobbiamo notare che alla base di questa soluzione alla crisi politica ci sono due menzogne enormi che meritano di essere messe in rilievo.

La prima è che un “governo tecnico” sia neutro, funzioni cioè come un idraulico o un elettricista: c’è un guasto, arriva il tecnico e lo aggiusta. In questo caso tra un tecnico e l’altro – a parte l’accuratezza del lavoro e il prezzo – non è che ci siano grandi differenze. Il guasto è quello, la strada per ripararlo è praticamente obbligata. Con il governo Monti ci si è comportati allo stesso modo, tanto è vero che nessuno gli ha chiesto nemmeno il programma, che cosa intenda fare, le forze in parlamento gli hanno dato il via libera prima ancora che proferisse una parola. Ma l’economia non è così: per il lavoro da fare un tecnico non vale l’altro, perché ogni scelta economica dipende da una visione dell’uomo, del lavoro, della società e perfino di Dio. Peraltro finora al ministero dell’Economia – in questo come nei governi passati – si sono sempre seduti dei “tecnici”, il che non ci ha impedito di arrivare sull’orlo del baratro. In effetti, non solo le scelte economiche dipendono da qualcosa che viene prima, ma c’è anche il fatto che l’economia non è una scienza esatta. Tanto è vero che nessun economista aveva previsto la crisi che oggi ci troviamo a vivere e basta dare un’occhiata a diversi giornali per capire quante idee diverse tra loro abbiano i cosiddetti “tecnici”.

Questo fatto rende ancora più grave la scelta al buio di un governo “tecnico” senza che si dica con chiarezza cosa si vuole fare, fosse anche la realizzazione pedissequa di quanto contenuto nella lettera della Bce.

La seconda menzogna è legata alla prima: è vero che la crisi economica è grave e certamente è sulla politica economica che si richiede la massima concentrazione, ma un economista a capo dell’esecutivo dà l’idea che l’economia sia praticamente l’unica occupazione vera del governo. Ma se Monti dovrà governare due anni,  ammesso che avrà pure successo in economia, cosa intende fare in materia di giustizia, di scuola, di bioetica, di sanità e così via? Il sospetto che con la scusa dei tecnici vengano fatte passare altre misure, in campi diversi dall’economia, che non sarebbero mai potute passare con il governo appena dimesso, è più che lecito. E anche se così non fosse resta un errore di prospettiva identificare l’attività di un governo con la sua politica economica. Per quanto l’economia sia importante essa non può occupare tutto l’orizzonte della nostra vita sociale.

Un ultimo aspetto ci conferma nella preoccupazione per questo passaggio: sabato abbiamo visto anche il volto peggiore dell’Italia, con manifestazioni di odio e violenza che dovrebbero farci vergognare di fronte al mondo ben più del bunga bunga. Purtroppo è un volto che periodicamente si manifesta nella nostra storia: probabilmente i mercati non ne terranno conto, ma di certo indica un atteggiamento davanti alla realtà più teso alla distruzione che alla costruzione.

 http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-viva-la-tecnica-3608.htm

DAT, testate cattoliche et altro

safe_image.jpgTempi di agitazione e confusione. Prima una scossetta -derivante dal passaggio di alcune firme- e successivi strascichi di zolfo e silicio(ed un pò d’incenso, forse scaduto)- poi la nascita di alcune testate online, senza scordare -anzi!- la frammentazione (che  il fronte dei mangiapreti ancora non ha còlto.E meno male) della gallassia pro-life. E proprio riguardo ciò -ed in genere i temi eticamente sensibili, Avvenire, stando ad alcuni comunicati stampa da me ricevuti, avrebbe “perso la bussola“. Chiaro il riferimento al quotidiano online dove scrivono Messori, Invernizzi, Tornielli, Cammilleri, diretto da Riccardo Cascioli. E proprio un  editoriale di Cascioli (già al quotidiano edito dalla Nei) avrebbe rotto gli indugi e “ha lacerato l’imbarazzante velo di ignoranza che in questi mesi ha avvolto il dibattito interno al mondo cattolico sulle DAT” per riprendere le parole del Comitato Verità e Vita (nato da una costola del Mpv casiniano). Insomma, un bel pastrocchio. O forse un pasticciaccio, vedete voi. Io non faccio il mestieraccio (epperò neppure lavoro) ma deve essere abbastanza difficile di questi tempi occuparsi professionalmente delle cose di lassù. Ma, verrebbe da dire, almeno costoro percepiscono uno stipendio: pensiamo ai tanti fedeli disorientati da queste “battaglie” (vi prego di notare le virgolette!). Il quotidiano di riferimento -bisogna darne atto- prova a barcamenarsi e, da sempre, a dare spazio alle voci critiche. Ecco:ci  prova. Ma, per quanto lodevole il tentativo, non sempre si riesce. Ed ecco che l’ùmbro coll’accento toscano risponde, nel numero odierno, a Sara Fumagalli, Cordinatrice della Associazione Umanitaria Padana, manco fosse la casalinga di Voghera di turno. Emblematico il tono, lapidario il titolo (“Non pregiudizi, ma valori”). E spot finale (“A lei consiglio, invece, un semplice “esame” ovvero la lettura costante di Avvenire che evidentemente scorre solo di quando in quando”).  Non sappiamo se la Fumagalli ora incrementerà le vendite di Avvenire (ma magari il Direttore può attivare un abbonamento-dono…) ma non crediamo che la risposta sia stata soddisfacente. Di là dall’episodio -in fondo marginale- appena riportato è evidente una certa tensione. Verrebbe persino da dar la colpa al “giornale” che ha disarcionato Boffo, ma oramai è andata. Le testate si moltiplicano, si frammentano, le firme sugellano “patti” e noi, comuni fedeli, ci capiamo poco. Ovviamente per colpa nostra. Meno male che il Papa c’è.

cosimo de matteis

Un GRAZIE a tutti i lettori (e una nota su sai baba)

Nel ringraziare i numerosi e fedeli lettori e visitatori di questo sito/blog dedicato al Servo di Dio don Luigi Sturzo vorrei comunicare che presto mi attiverò per rendere più aggiornato, piu ricco e più illustrato questo spazio. Mi permetto pure di chiedervi un qualche riscontro: un commento (basta cliccare, in fondo ad ogni articolo c’è la voce “COMMENTI”, e scrivere qualcosa) per me sarebbe importante. Una critica lo sarebbe ancor di più perchè mi permetterebbe di correggere i numerosi sbagli che sicuramente compio. Ad ogni modo: attendo fiducioso e rinnovo il mio GRAZIE. Vorrei, nella giornata odierna, proporvi un articolo di attualità che è apparso oggi sul quotidiano on-line “La Bussola Quotidiana” diretto da Andrea Tornielli. Si parla del discusso (e discutibile) “santone” e “mago” indiano che è morto nei giorni scorsi (aveva “previsto” la sua morte fra una decina d’anni, ma questo è davvero solo un dettaglio rispetto alla enormità delle storture) e che domani, mercoledì 27 aprile, avrà le sue esequie. Il bravo Marco Invernizzi esprime puntuali riflessioni e perplessità sul guru, e soprattutto coglie il pericoloso senso -di là del clamore mediatico e le letture superficiali- del “successo” di sai baba e, in genere, della religiosità orientale che, purtroppo, affascina tante creature anche in occidente (nell’articolo è citato en passant don Primo Mazzolari che, per una curiosa coincidenza, nei giorni scorsi ha avuto una citazione -da parte di un carneade semisconosciuto quanto pericoloso- durante la discussa trasmissione della Rai Tv che ha “usato” le preziose parole del Vicario di Cristo alla stregua delle opinioni di un almirante qualsiasi). Questo l’articolo:

 

Sai Baba è morto, l’illusione continua

di Massimo Introvigne
26-04-2011

 

La morte di Sathya Sai Baba, forse il più popolare guru indiano della seconda metà del secolo XX, induce a qualche riflessione sul successo che ha avuto in Occidente e in particolare in Italia, dove ha trovato seguaci fra ex-sessantottini affascinati dall’Oriente, professionisti – fra cui diversi medici, che hanno scelto di andare a lavorare nell’ospedale da lui fondato in India – e perfino un sacerdote lombardo, don Mario Mazzoleni (1945-2001), che la scelta senza riserve per Sai Baba ha condotto fino al dramma della scomunica. Ma chi era Sai Baba?

Satyanaryan Raji (1926-2011) nasce nel 1926 a Puttaparthi nell’Andra Pradesh (India del Sud). A quattordici anni entra in uno stato di esaltazione al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia «Sono Sai Baba», assumendo lo stesso nome di un santo asceta, Sai Baba di Shirdi (1856-1918), molto popolare in India. Da allora comincia a raccogliere seguaci in un piccolo ashram, che oggi con il nome di Prashanti Nilayam è diventato un intero sobborgo di Puttaparthi.

Sathya Sai Baba – come è normalmente chiamato in India proprio per distinguerlo da Sai Baba di Shirdi – invita a tornare alle scritture tradizionali dell’India e a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore, che è già dentro di noi e che può essere raggiunto non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un’esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere e dal servizio reso agli altri. Dio, pertanto, per Sai Baba non è un’entità esterna separata dall’uomo, ma uno stato di consapevolezza che ciascuno di  noi può raggiungere.

I fedeli considerano Sathya Sai Baba un avatar – cioè un’incarnazione divina – integrale (purnavatar), come Krishna; secondo loro, la storia è stata anche percorsa da «amshavatara», avatar «parziali», tra cui Gesù Cristo, Sri Ramakrishna (1836-1886) e Sri Aurobindo (1872-1950), ma solo il loro maestro è stata un’incarnazione totale e perfetta. Contrariamente ad altri maestri indiani – che considerano i miracoli come appartenenti a una sfera inferiore – Sathya Sai Baba ha affidato la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o «siddhi». Ha così offerto ai seguaci ogni sorta di «miracoli», sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni a migliaia di chilometri di distanza), sia nel regno fisico. Dalle mani del maestro usciva ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) cui erano attribuite proprietà miracolose. Il maestro era inoltre ritenuto capace di fare apparire oggetti di ogni genere: statuette devozionali, anelli d’oro, il linga simbolo di Shiva, e perfino monete d’oro che recavano, come data del conio, l’anno di nascita del devoto per cui erano state «prodotte».

Questi fenomeni hanno portato molti specialisti occidentali a liquidare Sathya Sai Baba come espressione di un sincretismo superstizioso estraneo al «vero» induismo. Ma questo giudizio si scontra con il fatto che Sathya Sai Baba ha decine di migliaia di seguaci in India, pacificamente considerati devoti indù. L’induismo non ha una Chiesa o autorità che possano decidere chi è indù e chi non lo è. La più grande organizzazione indù, la Vishwa Hindu Parishad, espressione di un nazionalismo spesso intollerante verso le altre religioni che controlla il secondo partito politico indiano, ha sempre esaltato Sathya Sai Baba come un modello d’induismo, difendendolo dalle accuse di pedofilia che ne hanno turbato gli ultimi anni di vita, anche perché il guru di Puttaparthi ne ha sempre sostenuto i progetti politici. Uno dei più vicini collaboratori e oggi dei candidati alla successione di Sai Baba, il novantenne Prafullachandra Natwarlal Bhagwati, è stato presidente della Corte Suprema indiana, il più alto magistrato dell’immenso Paese asiatico. L’induismo non è il sistema «puro» insegnato in qualche università occidentale ma un complesso coacervo di miti, riti e devozioni popolari dove oggi sono entrati anche, come componenti essenziali per decidere almeno in India chi ne fa parte, il nazionalismo e la politica.

Sathya Sai Baba ha avuto successo anche in Occidente, come si è accennato, soprattutto in Italia. Una lettura di questo successo non può che fare riferimento alla grande crisi culturale degli anni 1960, che ha avuto il suo momento emblematico nel 1968. Il Sessantotto non ha eliminato – né sarebbe stato possibile – le domande di senso e di sacro che vivono nel cuore di ogni uomo, ma ha gettato un lungo sospetto sull’Occidente e sul cristianesimo. Ne è nato un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto quanto è orientale e di tutto quello  che si presenta come eterodosso rispetto al cristianesimo. Dai contestatori delle università a musicisti come i Beatles molti hanno preso la strada dell’India. Il fatto che molti italiani abbiano scelto Sai Baba si spiega con un gusto del miracoloso che non è estraneo alla nostra tradizione nazionale e che forse non sarebbe stato soddisfatto da forme d’induismo più «colte» e filosofiche.

Tuttavia, se si supera il clamore intorno ai «miracoli» e si cerca di capire in che cosa consiste l’insegnamento di Sathya Sai Baba, si scopre che il suo centro è la ricerca di Dio o del Divino non come Persona, al di fuori di noi, ma come stato della nostra coscienza. Si tratta dunque, come spesso accade in Oriente, di una «enstasi», qualche cosa che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall’estasi. Nell’«enstasi» si entra sempre di più in se stessi e ci si chiude a ogni possibile trascendenza, mentre nell’estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. L’illusione, chiudendosi in se stessi, è quella di attingere così l’Essere, mentre al massimo – come ha notato un ex induista della generazione del 1968 belga, poi convertito e oggi sacerdote cattolico, padre Joseph-Marie Verlinde –  si arriva al «Sé inteso come atto primo dell’esistenza che è soltanto e sempre l’atto di un essere creato e non dell’Essere divino increato». Il rischio, alla fine, è quello di un «narcisismo senza Narciso», secondo la formula del missionario e indologo francese Jules Monchanin (1895-1957). Chi s’illudeva, magari grazie a Sai Baba, di sfuggire alla prigione della soggettività, percepita come tipicamente occidentale, finisce per ritrovarsi rinchiuso a doppia mandata in quella stessa prigione. Sathya Sai Baba è morto, ma l’illusione continua.

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 http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-sai-baba–mortolillusione-continua-1677.htm

Così Sturzo bacchettava i politici bugiardi

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La rivista di attualità e cultura “Studi Cattolici” , diretta da Cesare Cavalleri (Fondatore e direttore delle Edizioni Ares)taglia questo mese il traguardo dei 600 numeri. Per l’occasione pubblicamo qui sotto un articolo di don Luigi Sturzo apparso nel primo numero del mensile nel giugno del 1957.

Per fissare il tema in esame, occorre escludere la menzogna usata da uomini politici a vantaggio proprio, ricadendo questa nella classifica delle menzogne usuali e comuni. Intendiamo per menzogna politica quella di persona investita di autorità civile, – sia capo di stato o prefetto o sindaco, – usata a scopo di bene, per un vantaggio, vero o creduto tale, della nazione, della pubblica amministrazione o di determinate categorie sociali. Tale menzogna, quale mezzo illecito per un fine buono, cadrebbe nella condanna della tesi che «il fine giustifica i mezzi». Purtroppo, se in teoria tale tesi è condannata dalla morale, nella pratica la menzogna, come mezzo per un fine creduto buono a carattere politico o a questo assimilabile, mi sembra che sia usata senza remore di coscienza. Il fatto rientra nel quadro della diffusione dell’uso quotidiano della menzogna, perfino nella famiglia e nella scuola, quasi a difendere la propria individualità da ingerenze indiscrete, a velare la propria condotta anche a coloro che potrebbero avere giusto motivo di conoscerla. Così si diffonde il senso di diffidenstudi_599.jpgza reciproca, di insofferenza – della verità, quasi un morboso bisogno di mostrare sentimenti diversi da quelli che si provano. Per gli adulti il fenomeno può essere collegato alla lunga soggezione in un regime di sospetto e di compressione, durante il quale la libera comunicazione reciproca veniva attenuata e perfino paralizzata dal timore di trovarsi di fronte a persona che avrebbe potuto abusare delle confidenze, o imprudentemente sottolineare atteggiamenti poco conformi alla politica di allora. Questo rilievo del passato italiano può valere con molta maggiore intensità per i paesi sotto la dittatura comunista.

Mentre la menzogna difensiva si sviluppa in regimi assolutisti e dittatoriali, la menzogna demagogica si sviluppa in regimi liberi e popolareschi. Nell’uno e nell’altro ambiente, può dirsi essere la menzogna scontata a priori. Il fatto è tanto più grave, in quanto ogni resistenza alla menzogna viene attenuata dalla stessa educazione familiare e civile; la rivendicazione della verità riesce difficile, anche perchè non si trovano persone disposte a superare il conformismo nel primo caso, e ad affrontare la impopolarità nel secondo caso. Di conseguenza, la menzogna politica si sviluppa sempre più largamente.  Non vi può essere convivenza umana senza la verità nella sua triplice accezione di realtà (principio o fatto), convinzione (comune o individuale), comunicazione (privata o pubblica). Con più efficacia nel caso di persona investita di autorità, la menzogna falsa la realtà, tradisce la convinzione propria e rompe la comunicazione col complesso sociale al quale la persona stessa presiede o del quale è rappresentante o esponente, e, o in singolo o con altri insieme, ne ha la responsabilità. L’alterazione o la negazione della verità fatta per mezzo della menzogna, ferisce la società nella sua essenza, sia nei rapporti individuali che in quelli organizzativi, quali ne siano le finalità particolari. Si suole prendere come scusa il fatto che anche la verità può produrre una frattura sociale, secondo l’antico proverbio: veritas odium parit. Distinguiamo fra la verità fattuale e quella dei principi. Questi sono sempre da affermarsi e da difendersi, mentre non sempre né a tutti, né con modi indebiti è da comunicarsi la verità di un fatto che meriti riserbo; vi sono casi nei quali sarà meglio che un fatto non sia divulgato, specie se può destare delle reazioni dannose sia pure ingiustificate. Nè a fare ciò è necessario ricorrere a certe restrizioni mentali che differiscono ben poco dalla menzogna. C’è modo a guardarsi dai molesti, a rispondere ai giornalisti con la frase inglese: no comment, per indicare la inopportunità della domanda e il senso di responsabilità che ha l’autorità nel non palesare quel che non è necessario, nè rispondere falsando la verità.

La menzogna è sempre intenzionale; quella politica ha quasi sempre lo scopo di far deviare indagini, di trarre in diversa via, di combattere avversari, di prevenire offensive, di mettere le premesse per un’azione che si creda utile e così di seguito; è insomma un’arma politica. La finalità buona non giustifica la menzogna; la finalità cattiva o connessa ad altri mezzi cattivi, rende ancora più grave l’uso della menzogna. Abbiamo detto che la menzogna di sua natura, al di fuori di qualsiasi intenzionalità di chi la proferisce, altera e rompe i vincoli della convivenza; pertanto è intrinsecamente un male. La prova controluce è data dal fatto che in una qualsiasi forma di guerra, quando la rottura fra le parti è avvenuta, la menzogna risulta un’arma di guerra, come le antiche alabarde, gli schioppi di un tempo, i carri armati le bombe atomiche di oggi. Perciò, allo stesso modo che sarebbe da fedifrago durante gli armistizi riprendere le armi senza una dichiarazione interruttiva, così nello stesso caso sarebbe da fedifrago l’uso della menzogna intenzionale.

Al contrario, nelle vertenze politiche e civili dei regimi nei quali la convivenza è mantenuta in forma organica, sia che si tratti di vertenze avanti la magistratura, sia che si tratti di lotte elettorali o dibattiti parlamentari, non è moralmente consentita la menzogna come mezzo di difesa e di offesa, trattandosi dell’esercizio di diritti e dell’adempimento di doveri, per i quali la regola etica è sovrana e da osservarsi dalle parti. Come sarebbe possibile volere allo stesso tempo la convivenza in società sotto tutti i suoi vari aspetti e ammettere come legittimo o anche tollerabile il mezzo che da sè opera la rottura dei rapporti, perchè viola la verità oggettiva, fa venir meno la fiducia reciproca e induce nel sospetto di peggiori fatti, quali la mistificazione, il raggiro, l’inganno, la frode che hanno a base la menzogna?

Si dice da alcuni che con gli uomini politici si deve applicare l’apprezzamento in uso con i mercanti e i rivenditori, i quali inducono a comprare vantando la qualità della loro merce. Poichè è notorio che gli aggettivi usati nella mercatura sono delle amplificazioni, anche se toccano la menzogna non sono creduti senza la verifica della merce; penserà il compratore ad essere diffidente. Sotto tale aspetto, il venditore non rompe i rapporti sociali, poichè rompendoli farebbe il suo danno. E’ opinione diffusa non reputarsi menzogna quando l’interlocutore sa bene di che si tratta. Ciò varrebbe tanto per le vanterie del rivenditore, che per quelle di qualsiasi oratore che esagera, amplifica, esalta fuori misura ovvero tende a minimizzare e svalutare secondo i fini del discorso.

Considerazioni analoghe valgono più o meno per la menzogna giocosa o quella che come conclusione postula l’affermazione della. verità. Che quanto sopra possa applicarsi all’attività politica è da escludere del tutto; non si tratta nè di scherzo a buon fine, nè di vanteria di merce, nè di oratoria amplificatrice. Si tratta di cose serie, di interesse pubblico, di rapporti fra autorità e cittadini o delle autorità fra di loro; non può mai essere lecita la menzogna che disvia, ottenebra, svaluta la verità e’ che infine trae in inganno. 

Si suole essere un po’ larghi con coloro i quali, sia nelle polemiche extraparlamentari sia in assemblee pubbliche e in riunioni riservate, cercano di indurre gli altri alle proprie opinioni, prospettando i problemi in modo incompleto, ovvero sotto aspetti marginali, sottotacendo elementi e documenti la cui conoscenza potrebbe far cambiare opinione. Anche se formalmente non si presenta il caso di menzogna, la tendenziosità della esposizione e la inesattezza della luce datavi possono costituire travisamenti della verità tali da renderla irriconoscibile. Se tutto ciò è fatto per abito mentale, per incapacità di sintesi, per errata valutazione dei fattori, senza la intenzione di alterare la verità, può trovare subiettivamente delle attenuanti. In via normale non può essere moralmente scusato chi espone incompleta o travisata la realtà di un fatto o il contenuto di un documento, basando la sua tesi su elementi scelti ad hoc o non esattamente interpretati. Il caso, per essere caratterizzato, dovrà riguardare un relatore o chi abbia la responsabilità degli elementi in discussione o si trovi in condizione di conoscere la materia in modo da doverla presentare agli altri senza sorprenderne la buona fede.

Si noti che quasi sempre, in sede politica e amministrativa, sono i pochi ad avere la padronanza dei dati, mentre i molti mancano normalmente di sufficiente preparazione, spesso non sono in grado di rilevare la tendenziosità dei relatori o dei disserenti i quali, essendo ben preparati, tendono a raggiungere fini anche buoni, ma non conformi agli elementi in esame. Se poi dalla discussione fra i componenti di un corpo selezionato, si passa alla esposizione oratoria avanti un assemblamento non caratterizzato, la facilità di far deviare l’opinione pubblica, dando risalto a certi lati e altri mettendo fuori luce, non può dubitarsi che in tali casi si tratti di alterazione della verità. La comunicazione della verità incompleta, unilaterale, equivoca porta alla falsità, per la via della menzogna sia pure diluita in un mare di parole. La menzogna non consiste solamente nel dire sì quando è no, e nel dire no quando è sì.

Tutta la propaganda demagogica è fatta di mezze verità che arrivano alla menzogna e di mezze menzogne che velano la verità. In tali casi la verità non è l’oggetto e il fine della comunicazione interindividuale; si tratta di fare del proselitismo ad ogni costo, di applicare la tendenziosità per fini politici da raggiungere, ovvero, nella migliore delle ipotesi, di un fine creduto buono per la comunità della quale si ha, da solo o con altri, responsabilità direttiva o governativa, un fine che si teme di non poter raggiungere con la chiara esposizione della verità.

Qui ritorna il punctum saliens, cioè l’uso della menzogna per raggiungere un fine utile per la comunità ovvero per evitare ad essa un danno temuto. Stando sulla linea della valutazione politica e prescindendo dall’imperativo etico, si domanda chi può esattamente prevedere che la menzogna possa come tale fare raggiungere il fine utile che si desidera? Ovvero, fare evitare un danno temuto? Anzitutto, è da escludere che perfino uno statista provetto possa, anche sul terreno politico, prevedere gli effetti reali della propria azione, la quale dipenderà più dalla verità realizzata, che dalla menzogna con la quale si vorrebbe nascondere. Nel secondo caso, basta un prudente riserbo ad evitare che si conosca quella verità che, in un dato momento, potrebbe determinare una reazione indebita e quindi costituire un pericolo per la comunità. Tali prospettive servono a togliere al problema il valore di un caso limite nel quale la persona responsabile possa sentirsi obbligata dagli avvenimenti a servirsi della menzogna.

A parte quel che prudenza e accortezza suggeriscono, bisogna notare che nella vita politica, il ricorso alla menzogna è sempre collegato con l’uso abituale della menzogna e, perfino, della mistificazione e della prepotenza. Il complesso negativo di una politica non basata sulla moralità porta all’uso dei mezzi immorali. Non si tratta di menzogna o menzognetta isolata, occasionale, per evitare noie e per ottenere dei vantaggi immediati; si tratta di complesso di modi illeciti e di attività non rispondenti ai fini del buongoverno e agli interessi del paese. Bisogna partire dalla convinzione che la menzogna non giova mai e danneggia sempre; a questa occorre aggiungere subito l’altra, che il fine non giustifica i mezzi; conchiudendo che la migliore politica è quella che non lede la moralità.

Dal punto di vista del moralista cattolico, mantenendo ferma la teoria, si potranno, nei casi concreti, trovare subiettivamente quelle attenuanti alla colpa della menzogna politica, come ad, ogni colpa commessa della quale si chiede perdono a Dio con la promessa di non ricadervi. Ma le attenuanti subiettive non toccano il fermo principio della illeiceità della menzogna, e con maggior ragione della menzogna politica.

LUIGI STURZO