Quagliariello interviene al Senato, Sturzo plaude convinto.

gaetano quagliariello, Pubblichiamo l’intervento integrale a Palazzo Madama del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello durante il dibattito sulla fiducia al governo Monti. Non da oggi conosciamo e stimiamo Quagliariello, ma riteniamo che in queste parole sia chiaramente ed efficacemente espressa la posizione ed il pensiero, autenticamente liberale ed autenticamente popolare, di milioni di italiani. Sturzo è lieto: il suo “grido” sopravvive.


Signor presidente, colleghi senatori, presidente del Consiglio, signori del governo,

non comprenderemmo gli eventi che ci hanno portato qui oggi se non li inquadrassimo nel drammatico contesto di una crisi internazionale, che troppo spesso invece è stata deformata dalla lettura strumentale e provinciale per volgerla contro un governo che ha fatto molto più di quanto in una situazione ordinaria sarebbe stato lecito attendersi, fino a sacrificare al bene comune l’interesse della propria parte.

 

Un governo che nel pieno della tempesta mondiale, col peso di un debito pubblico pesantissimo stratificato nei decenni, ha fatto registrare un tasso di disoccupazione al di sotto della media europea, ha moltiplicato gli sforzi e i risultati nella lotta all’evasione, ha investito nella salvaguardia della pace sociale; un governo che ha varato in poche settimane la più consistente manovra economica della storia repubblicana e ha gettato le basi per raggiungere nel 2013 il risultato storico del pareggio di bilancio.

Ecco, noi non ci aspettiamo che i colleghi che fino a ieri erano all’opposizione riconoscano tutto questo. Ci aspettiamo però una presa di distanza da quelle fallaci profezie che i fatti si sono incaricati di smentire, secondo le quali le dimissioni del presidente Berlusconi sarebbero valse 100, 200, 300 punti di spread. Per rendersi conto di quanto fossero strumentali quelle affermazioni non bisognava essere professori di economia: basta aprire il Televideo e leggere l’andamento dei mercati degli ultimi giorni.

Insomma, se non si valutasse la complessità di ciò che sta accadendo, non si spiegherebbe perché oggi a chiedere la fiducia a una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne sia un illustre italiano così consapevole del valore della sovranità popolare da rispondere appena tre anni fa, a chi gli chiedeva se sarebbe stato disponibile a guidare un governo tecnico: “E’ sperabile che non accada mai. Spero che il sistema politico sia in grado di produrre governi politici con una maggioranza e un’opposizione”.

La crisi che stiamo vivendo, signor Presidente, è globale. Essa affonda le sue radici nel divorzio tra economia reale ed economia virtuale che, innescatasi dall’altra parte dell’Atlantico, ha lasciato in eredità bolle speculative e fallimenti di banche che nemmeno gli Stati sovrani avevano gli strumenti e le possibilità di tenere sotto controllo. Era inevitabile che il terremoto attraversasse l’oceano, ma non appena ha raggiunto il Vecchio Continente ha trovato ad attenderlo una situazione che ha fatto della crisi europea qualcosa di più e di più grave di una crisi di rimbalzo: ne ha fatto l’epicentro di una crisi strutturale che sconta la debolezza di una moneta senza garanti e il mancato completamento di un percorso.

Signor presidente, qui siamo tutti europeisti ma proprio per questo siamo tenuti a dirci la verità. La nascita dell’Unione è stata soprattutto un metodo, il metodo di Jean Monnet: fissato di volta in volta un obbiettivo condiviso, gli stati aderenti avrebbero dovuto cedere via via una quota di sovranità, la minore possibile compatibile con il raggiungimento dello scopo prefissato. Questa dinamica, più volte ripetuta, avrebbe dovuto produrre un graduale e costante trasferimento di sovranità dagli Stati-nazione all’Unione europea.

L’ultima e più importante tappa di questo percorso si è posta dopo la caduta del Muro, con l’avvento della moneta unica. Ed è proprio sull’unificazione monetaria che il meccanismo si è inceppato. L’euro è nato, ma ben presto ha iniziato a soffrire per una compagnia troppo numerosa che celava, in realtà, uno stato di solitudine nonché la perdita di identità dell’Europa: una moneta unica priva del sostegno di una banca garante, e   dipendente da diciassette governi nazionali non più disposti, nei fatti, a una lenta, graduale ma costante devoluzione di sovranità.

Non solo. L’andamento della crisi ha riverberato anche un altro carattere strutturale dell’Europa: la dualità fra Nord e Sud che è geografica ma anche geopolitica, economica e per certi versi esistenziale. La crisi finanziaria si è abbattuta dapprima su quelle economie più deboli dove lo Stato di diritto e il concetto stesso di regolamentazione erano più fragili, e dal bacino mediterraneo sta risalendo verso Nord. Non è un caso che sia stata così duramente colpita l’Italia che riflette al suo interno la stessa dualità. E non è un caso che questa stessa crisi stia mettendo a nudo le debolezze di quell’asse franco-tedesco che dopo aver rivendicato per decenni un ruolo di garante ora cerca di scaricare sugli altri i propri problemi.

E’ in questo contesto che il presidente Berlusconi e il PdL hanno maturato la scelta, non imposta da alcun voto di sfiducia, di compiere un atto di responsabilità contribuendo alla nascita del suo governo: un atto sofferto ma convinto. Signor presidente del Consiglio, assai più che dai programmi a dire il vero ancora vaghi, il nostro giudizio sull’operato del governo dipenderà da quanto esso riuscirà a fare giorno dopo giorno di fronte alla crisi. Oggi lei deve sapere che i margini della nostra disponibilità sono ampi. D’altra parte, chi di fronte alla gravità di questa crisi non mostrasse ampi margini si comporterebbe da ideologo e non da politico. Invece, la nostra scelta di far nascere il suo governo, e persino quella di far sì che esso fosse composto da soli tecnici, è scelta tutta quanta politica.

Sappiamo bene che ci troviamo a un bivio. Da questa esperienza il giovane bipolarismo italiano potrà uscire decomposto, oppure la democrazia maggioritaria potrà risultare rinsaldata.

Molto dipenderà dal ruolo che le principali forze politiche decideranno di interpretare; dalla loro capacità di assumersi insieme la responsabilità di scelte dure ma ineluttabili in campo economico, di preservare al contempo una fisiologica dialettica parlamentare sui temi caratterizzanti le rispettive identità, e di portare a termine quelle riforme delle istituzioni e dei regolamenti che riescano ad aggiornare e a rafforzare il nostro bipolarismo.

Anche il nuovo attivismo politico dei cattolici, di cui questo governo è positiva espressione, deve rientrare in questo schema, respingendo le sirene nostalgiche di una riedizione della Dc, magari anche solo riveduta e corretta. Anche perché solo in questo solco, che oserei definire “ratzingeriano”, potrà continuare a svilupparsi la collaborazione fra credenti e non credenti sul comune terreno di principi che sono parte costitutiva della nostra identità nazionale.

Concludo, signor Presidente. Siamo ben consapevoli che lungo questa strada ci sono dei rischi, e per noi il primo è quello di smarrire il rapporto con la Lega. Non ci illudiamo che la differente scelta di oggi possa non avere conseguenze, ma d’altra parte non dimentichiamo il percorso che la Lega ha fatto per integrare la sua forza popolare nelle istituzioni dello Stato-nazione e le riforme alle quali abbiamo lavorato insieme. Nell’ambito dell’ azione parlamentare non intendiamo annullare tre anni e mezzo di collaborazione.

Si apre oggi una fase di incredibile vivacità politica. Paradossalmente, signor presidente del Consiglio, è un governo tecnico a suscitarla. E noi, proprio in nome della politica e della sua nobiltà, sosterremo il suo governo fin quando e fin dove la responsabilità che fin qui abbiamo dimostrato continuerà a consigliarcelo.

 

Roma, 17 Novembre 2011

Il Governo Monti

Riporto integralmente l’articolo odierno apparso su “La Bussola Quotidiana” scritto dal Direttore della Testata, Riccardo Cascioli. Va da sè che ne condivido in tutto e per tutto il contenuto. Il titolo originale è “Viva la tecnica” ed è una lucidissima analisi della delicata fase politica.(c.d.)


Alla fine è andata come noi non volevamo andasse. Invece che puntare subito alle elezioni anticipate anche il Pdl si è piegato al governo “tecnico”: incarico a Mario Monti, già oggi forse avremo i nomi dei ministri. Secondo le previsioni già oggi dovremmo vedere i primi effetti benefici della soluzione, con l’affievolirsi degli attacchi speculativi sull’Italia.

Rimane però il fatto che quella in cui siamo entrati è una fase di sospensione della democrazia, perché un governo viene praticamente imposto senza che sia mai stato votato dal popolo. partito popolare sturziano, don sturzo, sturzo e monti, il governo monti, la bussola quotidiana, il governo monti, mario monti, riccardo cascioli, politica, governo monti, viva la tecnica, cosimo de matteisLo dimostra il fatto che anche le forze politiche in Parlamento più ostili alla soluzione tecnica, alla fine hanno piegato la testa scendendo a più miti consigli.

 Ma soprattutto dobbiamo notare che alla base di questa soluzione alla crisi politica ci sono due menzogne enormi che meritano di essere messe in rilievo.

La prima è che un “governo tecnico” sia neutro, funzioni cioè come un idraulico o un elettricista: c’è un guasto, arriva il tecnico e lo aggiusta. In questo caso tra un tecnico e l’altro – a parte l’accuratezza del lavoro e il prezzo – non è che ci siano grandi differenze. Il guasto è quello, la strada per ripararlo è praticamente obbligata. Con il governo Monti ci si è comportati allo stesso modo, tanto è vero che nessuno gli ha chiesto nemmeno il programma, che cosa intenda fare, le forze in parlamento gli hanno dato il via libera prima ancora che proferisse una parola. Ma l’economia non è così: per il lavoro da fare un tecnico non vale l’altro, perché ogni scelta economica dipende da una visione dell’uomo, del lavoro, della società e perfino di Dio. Peraltro finora al ministero dell’Economia – in questo come nei governi passati – si sono sempre seduti dei “tecnici”, il che non ci ha impedito di arrivare sull’orlo del baratro. In effetti, non solo le scelte economiche dipendono da qualcosa che viene prima, ma c’è anche il fatto che l’economia non è una scienza esatta. Tanto è vero che nessun economista aveva previsto la crisi che oggi ci troviamo a vivere e basta dare un’occhiata a diversi giornali per capire quante idee diverse tra loro abbiano i cosiddetti “tecnici”.

Questo fatto rende ancora più grave la scelta al buio di un governo “tecnico” senza che si dica con chiarezza cosa si vuole fare, fosse anche la realizzazione pedissequa di quanto contenuto nella lettera della Bce.

La seconda menzogna è legata alla prima: è vero che la crisi economica è grave e certamente è sulla politica economica che si richiede la massima concentrazione, ma un economista a capo dell’esecutivo dà l’idea che l’economia sia praticamente l’unica occupazione vera del governo. Ma se Monti dovrà governare due anni,  ammesso che avrà pure successo in economia, cosa intende fare in materia di giustizia, di scuola, di bioetica, di sanità e così via? Il sospetto che con la scusa dei tecnici vengano fatte passare altre misure, in campi diversi dall’economia, che non sarebbero mai potute passare con il governo appena dimesso, è più che lecito. E anche se così non fosse resta un errore di prospettiva identificare l’attività di un governo con la sua politica economica. Per quanto l’economia sia importante essa non può occupare tutto l’orizzonte della nostra vita sociale.

Un ultimo aspetto ci conferma nella preoccupazione per questo passaggio: sabato abbiamo visto anche il volto peggiore dell’Italia, con manifestazioni di odio e violenza che dovrebbero farci vergognare di fronte al mondo ben più del bunga bunga. Purtroppo è un volto che periodicamente si manifesta nella nostra storia: probabilmente i mercati non ne terranno conto, ma di certo indica un atteggiamento davanti alla realtà più teso alla distruzione che alla costruzione.

 http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-viva-la-tecnica-3608.htm