Si, Sturzo VIVE ancora!

servo di dio Don Luigi STURZO.jpgSturzo vive ancora, oggi più che mai. Ed il teatro delle sua gesta sono la sua Sicilia e la sua Caltagirone. Ciò avviene in modo ancora più intenso da quando è sorta la Fondazione Mons. Di Vincenzo e soprattutto da quando Salvatore Martinez, correggionale del più grande statista che l’italia abbia mai avuto, ha riscoperto Sturzo ed ha lavorato in tale direzione. Dopo l’evento dello scorso ottobre ecco un ulteriore straordinario progetto:

Ha preso il via ufficialmente il Progetto “Educazione alla Cittadinanza e Costituzione” siglato tra la Fondazione “Istituto di Promozione Umana Mons. Francesco Di Vincenzo» – Ente morale con personalità giuridica di diritto civile e ecclesiastico, nato in seno al Movimento ecclesiale Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) – e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) nell’ambito delle attività svolte dal “Polo di Eccellenza di Promozione Umana e della Solidarietà «Mario e Luigi Sturzo»”.

I beneficiari del Progetto, con una prima iniziativa pilota per l’anno scolastico 2011 – 2012, saranno gli studenti e gli insegnanti delle IV e V classi delle Scuole medie superiori provenienti da 5 regioni: Sicilia, Lazio, Campania, Lombardia e Veneto.

L’obiettivo è far comprendere alle nuove generazioni la rilevanza, l’attualità e l’attuabilità della Carta Costituzionale, riproponendo l’analisi degli elementi che ne sono struttura portante. L’idea progettuale è dare il segno di una Italia costruita con il sacrificio di tanti “eroi positivi” che, ancora oggi, possono essere esempio di passione civile per la democrazia alle nuove generazioni.

Gli studenti coinvolti nel Progetto saranno condotti a recuperare quelle “buone prassi sociali” che hanno fatto grandi figure come lo statista di Caltagirone Luigi Sturzo, il cui idealismo rivive nelle attività del Polo di Eccellenza Sturzo: il Fondo rurale storico con il suo Casale e la Casa Museo Sturzo nel Palazzo storico di città.

La presentazione del Progetto si è tenuta dalle h. 16 di lunedì 2 maggio e proseguirà fino alla sera di martedì 3 maggio presso il Casale del Fondo Sturzo, in contrada Russa dei Boschi, a Caltagirone. All’evento interverranno, tra gli altri: Salvatore Martinez, presidente della Fondazione Mons. Di Vincenzo e del RnS; Franco Pignataro, sindaco di Caltagirone; Patrizia Boretti, dirigente del MIUR; Gaspare Sturzo, magistrato e pronipote degli Sturzo; Eugenio Guccione, Università di Palermo; Stefania Aristei, Università di Modena; Vincenzo Di Natale, segretario generale della Fondazione Mons. Di Vincenzo; Giovanni Gucciardo, informatico della Fondazione Mons. Di Vincenzo.

L’emergenza educativa in atto – ha dichiarato il presidente Martinez – investe le nuove generazioni, orfane di ideali alti e di esperienze vere improntate al bene comune. Noi aspiriamo a formare i nuovi cittadini di questo primo secolo del terzo millennio, giovani capaci di costruire una nuova socialità inclusiva delle diversità e delle povertà, giovani capaci di rinnovata moralità e passione civile che tengano unita l’Italia e gli italiani. Inutile negarlo: cittadinanza e costituzione non reggono senza nuova moralità sociale e rinnovata passione civile! Noi riteniamo che la lezione del popolarismo sturziano possa ancora rappresentare la migliore scuola di vita nel tempo della crisi. Al termine dell’anno scolastico 2011-2012 i ragazzi delle cinque regioni coinvolti nelle tante iniziative sperimentali in cantiere, legate in special modo ai temi dell’ambiente, del disagio, della giustizia sociale, dell’economia sociale di mercato, della legalità, dell’intercultura, dell’Europa, verranno a visitare il Polo di Eccellenza Sturzo a Caltagirone. Condivideranno il frutto del loro impegno scolastico sul Progetto, così da tradurre le buone idee in buoni fatti”.

salvatore martinez.jpg

Mercoledì 4 maggio, alle ore 10.00, a conclusione della presentazione del Progetto “Educazione alla Cittadinanza e Costituzione” siglato tra la Fondazione “Istituto di Promozione Umana «Mons. Francesco Di Vincenzo»” – Ente morale con personalità giuridica di diritto civile e ecclesiastico, nato in seno al Movimento ecclesiale Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) – e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) nell’ambito delle attività svolte dal “Polo di Eccellenza di Promozione Umana e della Solidarietà «Mario e Luigi Sturzo»”, si svolgerà presso l’aeroporto di Catania un gesto particolarmente suggestivo: la posa di una targa in ceramica contenente un’iscrizione composta dal sacerdote e statista di Caltagirone, don Luigi Sturzo, 61 anni or sono.

L’iniziativa proposta dalla Fondazione “Mons. Francesco Di Vincenzo” è stata subito accolta e sostenuta dalla Società Aeroporto Catania, in testa dal presidente Gaetano Mancini.

La targa in ceramica misurerà mt 1.50 x 1.00, interamente realizzata e decorata a mano dai detenuti, ex detenuti e operatori del Fondo Sturzo nell’ambito delle iniziative proposte dal Polo di Eccellenza “Mario e Luigi Sturzo” in Caltagirone.

La targa sarà posizionata nell’area arrivi dello scalo aereo catanese. Raffigura il volto di don Luigi Sturzo e uno scorcio della Trinacria, che si staglia sul mare, contenente un augurio che il 25 dicembre 1950 don Sturzo rivolgeva ai catanesi e ai siciliani: “L’Aeroporto di Catania dovrà divenire un aeroporto internazionale, sia per i passeggeri che per le merci. Catania è il centro del turismo Eteneo, che comprenderà tutta la Sicilia orientale. Il turismo Etneo, se bene ideato, organizzato e sfruttato prenderà carattere mondiale e valorizzerà ancora di più tutta la Sicilia. Sac. Luigi Sturzo”.

Alla cerimonia presenzieranno il presidente della SAC, Gaetano Mancini; il presidente della Fondazione “Mons. Francesco Di Vincenzo”, Salvatore Martinez; mons. Umberto Pedi, vicario generale di Caltagirone; don Alfio Spampinato in rappresentanza dell’Arcidiocesi di Catania; il sindaco di Caltagirone, Francesco Pignataro; un rappresentante della Provincia regionale di Catania e dell’Amministrazione comunale di Catania, i direttori scolastici delle regioni Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia coinvolti nel Progetto “Educazione alla Cittadinanza e Costituzione” che prenderà il via grazie al Polo di Eccellenza Sturzo per l’anno scolastico 2011 – 2012.

“Don Luigi Sturzo – ha dichiarato il presidente Martinez – fu un uomo di visione, un genio nell’intuire il primato della persona sui mercati, della società sullo stato, della famiglia su ogni altro corpo intermedio. Un profeta del bene comune ancora incompreso e inascoltato, che specie ai meridionali ricordava che senza sussidiarietà la solidarietà si farà solo assistenza, impoverendo le nuove generazioni. È in questa direzione che abbiamo pensato di porre una targa in ceramica all’interno dell’Aeroporto di Catania, sito strategico nel pensiero di Sturzo per lo sviluppo economico della Sicilia. Proprio perché realizzata da giovani che vivono un forte disagio sociale e che stanno esperimentando presso il Fondo e il Casale Sturzo la possibilità di una piena redenzione umana, questa targa in ceramica con l’effige e un pensiero del prete di Caltagirone rappresenterà un invito a non rassegnarsi nel tempo della crisi, un monito alla coscienza sociale dei catanesi e dei siciliani”.

Ancora su Mantovano, la “lettera dei 62” e le strumentalizzazioni

Anzitutto: prudenza.

Si, perchè in una fase così turbolenta -nel Paese (dove fascisti, dipietristi,finiani,comunisti viola manifestano INSIEME contro il Primo Ministro) e nelle Aule  Parlamentari (dove i “rappresentanti” di queste italiche fazioni usano più o meno gli stessi slogan impregnati d’odio verso il Premier)- ed alla vigilia di un processo molto delicato con imputato il Capo del Governo e, soprattutto, mentre il Paese vive la preoccupante invasione di migliaia di clandestini e le fecali opposizioni ci giocano sopra sperando di far cadere il Governo (come se così si risolvesse d’incanto il problema ma, evidentemente, non è la risoluzione del problema l’obiettivo ma la caduta del “tiranno”)

è  saggio avere tanta prudenza.

Per intenderci: della presunta lettera scritta da 62 parlamentari del PDL non è possibile -al momento- avere una certezza. Per capirci ancora meglio: mentre decine di siti e blog (anche più sgangherati e sconosciuti di questo) pontificano su tale lettera ed i presunti “effetti devastanti” che essa avrà sulla tenuta del Governo -divertitevi un pò: trovate in rete tutti questi politologi parvenue e vi accorgerete che è solo un misero giro di copiaeincollla senza neppure prendersi il fastidio di modificare una virgola, o aggiungere un commentino personale- un giornale della opposizione mette in rete una presunta copia della lettera. E’ in word  -e quindi ognuno la manipola e la distorce come vuole- e porta in calce uno scalcagnato e sgrammaticato elenco dei presunti Parlamentari PDL -anche qui: il formato word consente di aggiungere all’elenco chiunque parlamentare, vero o inventato- firmatari della stessa lettera.

Alfredo Mantovano.jpg

 

Sia chiaro: è molto probabile che tale lettera esista davvero e, per fugare ogni dubbio, aggiungo che chi scrive queste modeste considerazioni ha già espresso la totale solidarietà all’onorevole Alfredo Mantovano all’indomani delle dimissioni ed ha creato -per quel che può valere, cioè n u l l a! – un gruppo su facebook a “supporto” del Sottosegretario agli Interni  (http://www.facebook.com/home.php#!/home.php?sk=group_1213… ). E, in questa sede, rinnovo la solidarietà e vicinanza ad uno dei migliori uomini politici italiani.

Soltanto dico, scoprendo-LO SO!- l’acqua calda, di stare attenti alle strumentalizzazioni. Quelle già in atto -già in parte accennate- e quelle possibili e tuttaltro che inverosimili. E, nel salutarvi e promettendovi che prestissimo tornerò sulla quaestio, rinnovo l’invito a trovare fonti certe e certificate ed usare tanta prudenza.

 

cosimo de matteis

Un politico che piacerebbe molto a Sturzo

Il discorso partitico
-una fantomatica diatriba fra lega e pdl-
qui conta molto marginalmente:

noi stimiamo Mantovano
ed apprezziamo la sua coraggiosa
S C E L T A
che non è certo un “capriccio”.

Quando la Chiesa -Ruini ultimamente, ad esempio- parla dell’impegno dei cattolici VERI nella politica non si può non pensare a Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Roberto Formigoni, Maurizio Lupi e, appunto, Mantovano

mantovano.jpg

Il Servo di Dio don Luigi Sturzo

immaginetta sturzo.jpgPuò darsi che in molti siano transitati qui quasi per caso magari cercando altro. Bene, ma oramai ci siete. Si, partito popolare sturziano. “Partito”, ergo: ci occupiamo di politica. Certo, è così. Ma con un grande ispiratore. Forse il più grande politico italiano. Ed è stato il più grande (postilla: “è stato” ma ancora oggi ci dona straordinari elementi ed insegnamenti validissimi e tuttaltro che “scaduti”) e pure un santo. Anzi: è stato il più grande proprio perchè santo. E, come tale, ci rivolgiamo a lui. E lo preghiamo, fiduciosi.

preghiera 001.jpg

Così Sturzo bacchettava i politici bugiardi

UN GIOVANE STURZO ALLA SCRIVANIA.jpg

 

 

 

 

 

 

 

La rivista di attualità e cultura “Studi Cattolici” , diretta da Cesare Cavalleri (Fondatore e direttore delle Edizioni Ares)taglia questo mese il traguardo dei 600 numeri. Per l’occasione pubblicamo qui sotto un articolo di don Luigi Sturzo apparso nel primo numero del mensile nel giugno del 1957.

Per fissare il tema in esame, occorre escludere la menzogna usata da uomini politici a vantaggio proprio, ricadendo questa nella classifica delle menzogne usuali e comuni. Intendiamo per menzogna politica quella di persona investita di autorità civile, – sia capo di stato o prefetto o sindaco, – usata a scopo di bene, per un vantaggio, vero o creduto tale, della nazione, della pubblica amministrazione o di determinate categorie sociali. Tale menzogna, quale mezzo illecito per un fine buono, cadrebbe nella condanna della tesi che «il fine giustifica i mezzi». Purtroppo, se in teoria tale tesi è condannata dalla morale, nella pratica la menzogna, come mezzo per un fine creduto buono a carattere politico o a questo assimilabile, mi sembra che sia usata senza remore di coscienza. Il fatto rientra nel quadro della diffusione dell’uso quotidiano della menzogna, perfino nella famiglia e nella scuola, quasi a difendere la propria individualità da ingerenze indiscrete, a velare la propria condotta anche a coloro che potrebbero avere giusto motivo di conoscerla. Così si diffonde il senso di diffidenstudi_599.jpgza reciproca, di insofferenza – della verità, quasi un morboso bisogno di mostrare sentimenti diversi da quelli che si provano. Per gli adulti il fenomeno può essere collegato alla lunga soggezione in un regime di sospetto e di compressione, durante il quale la libera comunicazione reciproca veniva attenuata e perfino paralizzata dal timore di trovarsi di fronte a persona che avrebbe potuto abusare delle confidenze, o imprudentemente sottolineare atteggiamenti poco conformi alla politica di allora. Questo rilievo del passato italiano può valere con molta maggiore intensità per i paesi sotto la dittatura comunista.

Mentre la menzogna difensiva si sviluppa in regimi assolutisti e dittatoriali, la menzogna demagogica si sviluppa in regimi liberi e popolareschi. Nell’uno e nell’altro ambiente, può dirsi essere la menzogna scontata a priori. Il fatto è tanto più grave, in quanto ogni resistenza alla menzogna viene attenuata dalla stessa educazione familiare e civile; la rivendicazione della verità riesce difficile, anche perchè non si trovano persone disposte a superare il conformismo nel primo caso, e ad affrontare la impopolarità nel secondo caso. Di conseguenza, la menzogna politica si sviluppa sempre più largamente.  Non vi può essere convivenza umana senza la verità nella sua triplice accezione di realtà (principio o fatto), convinzione (comune o individuale), comunicazione (privata o pubblica). Con più efficacia nel caso di persona investita di autorità, la menzogna falsa la realtà, tradisce la convinzione propria e rompe la comunicazione col complesso sociale al quale la persona stessa presiede o del quale è rappresentante o esponente, e, o in singolo o con altri insieme, ne ha la responsabilità. L’alterazione o la negazione della verità fatta per mezzo della menzogna, ferisce la società nella sua essenza, sia nei rapporti individuali che in quelli organizzativi, quali ne siano le finalità particolari. Si suole prendere come scusa il fatto che anche la verità può produrre una frattura sociale, secondo l’antico proverbio: veritas odium parit. Distinguiamo fra la verità fattuale e quella dei principi. Questi sono sempre da affermarsi e da difendersi, mentre non sempre né a tutti, né con modi indebiti è da comunicarsi la verità di un fatto che meriti riserbo; vi sono casi nei quali sarà meglio che un fatto non sia divulgato, specie se può destare delle reazioni dannose sia pure ingiustificate. Nè a fare ciò è necessario ricorrere a certe restrizioni mentali che differiscono ben poco dalla menzogna. C’è modo a guardarsi dai molesti, a rispondere ai giornalisti con la frase inglese: no comment, per indicare la inopportunità della domanda e il senso di responsabilità che ha l’autorità nel non palesare quel che non è necessario, nè rispondere falsando la verità.

La menzogna è sempre intenzionale; quella politica ha quasi sempre lo scopo di far deviare indagini, di trarre in diversa via, di combattere avversari, di prevenire offensive, di mettere le premesse per un’azione che si creda utile e così di seguito; è insomma un’arma politica. La finalità buona non giustifica la menzogna; la finalità cattiva o connessa ad altri mezzi cattivi, rende ancora più grave l’uso della menzogna. Abbiamo detto che la menzogna di sua natura, al di fuori di qualsiasi intenzionalità di chi la proferisce, altera e rompe i vincoli della convivenza; pertanto è intrinsecamente un male. La prova controluce è data dal fatto che in una qualsiasi forma di guerra, quando la rottura fra le parti è avvenuta, la menzogna risulta un’arma di guerra, come le antiche alabarde, gli schioppi di un tempo, i carri armati le bombe atomiche di oggi. Perciò, allo stesso modo che sarebbe da fedifrago durante gli armistizi riprendere le armi senza una dichiarazione interruttiva, così nello stesso caso sarebbe da fedifrago l’uso della menzogna intenzionale.

Al contrario, nelle vertenze politiche e civili dei regimi nei quali la convivenza è mantenuta in forma organica, sia che si tratti di vertenze avanti la magistratura, sia che si tratti di lotte elettorali o dibattiti parlamentari, non è moralmente consentita la menzogna come mezzo di difesa e di offesa, trattandosi dell’esercizio di diritti e dell’adempimento di doveri, per i quali la regola etica è sovrana e da osservarsi dalle parti. Come sarebbe possibile volere allo stesso tempo la convivenza in società sotto tutti i suoi vari aspetti e ammettere come legittimo o anche tollerabile il mezzo che da sè opera la rottura dei rapporti, perchè viola la verità oggettiva, fa venir meno la fiducia reciproca e induce nel sospetto di peggiori fatti, quali la mistificazione, il raggiro, l’inganno, la frode che hanno a base la menzogna?

Si dice da alcuni che con gli uomini politici si deve applicare l’apprezzamento in uso con i mercanti e i rivenditori, i quali inducono a comprare vantando la qualità della loro merce. Poichè è notorio che gli aggettivi usati nella mercatura sono delle amplificazioni, anche se toccano la menzogna non sono creduti senza la verifica della merce; penserà il compratore ad essere diffidente. Sotto tale aspetto, il venditore non rompe i rapporti sociali, poichè rompendoli farebbe il suo danno. E’ opinione diffusa non reputarsi menzogna quando l’interlocutore sa bene di che si tratta. Ciò varrebbe tanto per le vanterie del rivenditore, che per quelle di qualsiasi oratore che esagera, amplifica, esalta fuori misura ovvero tende a minimizzare e svalutare secondo i fini del discorso.

Considerazioni analoghe valgono più o meno per la menzogna giocosa o quella che come conclusione postula l’affermazione della. verità. Che quanto sopra possa applicarsi all’attività politica è da escludere del tutto; non si tratta nè di scherzo a buon fine, nè di vanteria di merce, nè di oratoria amplificatrice. Si tratta di cose serie, di interesse pubblico, di rapporti fra autorità e cittadini o delle autorità fra di loro; non può mai essere lecita la menzogna che disvia, ottenebra, svaluta la verità e’ che infine trae in inganno. 

Si suole essere un po’ larghi con coloro i quali, sia nelle polemiche extraparlamentari sia in assemblee pubbliche e in riunioni riservate, cercano di indurre gli altri alle proprie opinioni, prospettando i problemi in modo incompleto, ovvero sotto aspetti marginali, sottotacendo elementi e documenti la cui conoscenza potrebbe far cambiare opinione. Anche se formalmente non si presenta il caso di menzogna, la tendenziosità della esposizione e la inesattezza della luce datavi possono costituire travisamenti della verità tali da renderla irriconoscibile. Se tutto ciò è fatto per abito mentale, per incapacità di sintesi, per errata valutazione dei fattori, senza la intenzione di alterare la verità, può trovare subiettivamente delle attenuanti. In via normale non può essere moralmente scusato chi espone incompleta o travisata la realtà di un fatto o il contenuto di un documento, basando la sua tesi su elementi scelti ad hoc o non esattamente interpretati. Il caso, per essere caratterizzato, dovrà riguardare un relatore o chi abbia la responsabilità degli elementi in discussione o si trovi in condizione di conoscere la materia in modo da doverla presentare agli altri senza sorprenderne la buona fede.

Si noti che quasi sempre, in sede politica e amministrativa, sono i pochi ad avere la padronanza dei dati, mentre i molti mancano normalmente di sufficiente preparazione, spesso non sono in grado di rilevare la tendenziosità dei relatori o dei disserenti i quali, essendo ben preparati, tendono a raggiungere fini anche buoni, ma non conformi agli elementi in esame. Se poi dalla discussione fra i componenti di un corpo selezionato, si passa alla esposizione oratoria avanti un assemblamento non caratterizzato, la facilità di far deviare l’opinione pubblica, dando risalto a certi lati e altri mettendo fuori luce, non può dubitarsi che in tali casi si tratti di alterazione della verità. La comunicazione della verità incompleta, unilaterale, equivoca porta alla falsità, per la via della menzogna sia pure diluita in un mare di parole. La menzogna non consiste solamente nel dire sì quando è no, e nel dire no quando è sì.

Tutta la propaganda demagogica è fatta di mezze verità che arrivano alla menzogna e di mezze menzogne che velano la verità. In tali casi la verità non è l’oggetto e il fine della comunicazione interindividuale; si tratta di fare del proselitismo ad ogni costo, di applicare la tendenziosità per fini politici da raggiungere, ovvero, nella migliore delle ipotesi, di un fine creduto buono per la comunità della quale si ha, da solo o con altri, responsabilità direttiva o governativa, un fine che si teme di non poter raggiungere con la chiara esposizione della verità.

Qui ritorna il punctum saliens, cioè l’uso della menzogna per raggiungere un fine utile per la comunità ovvero per evitare ad essa un danno temuto. Stando sulla linea della valutazione politica e prescindendo dall’imperativo etico, si domanda chi può esattamente prevedere che la menzogna possa come tale fare raggiungere il fine utile che si desidera? Ovvero, fare evitare un danno temuto? Anzitutto, è da escludere che perfino uno statista provetto possa, anche sul terreno politico, prevedere gli effetti reali della propria azione, la quale dipenderà più dalla verità realizzata, che dalla menzogna con la quale si vorrebbe nascondere. Nel secondo caso, basta un prudente riserbo ad evitare che si conosca quella verità che, in un dato momento, potrebbe determinare una reazione indebita e quindi costituire un pericolo per la comunità. Tali prospettive servono a togliere al problema il valore di un caso limite nel quale la persona responsabile possa sentirsi obbligata dagli avvenimenti a servirsi della menzogna.

A parte quel che prudenza e accortezza suggeriscono, bisogna notare che nella vita politica, il ricorso alla menzogna è sempre collegato con l’uso abituale della menzogna e, perfino, della mistificazione e della prepotenza. Il complesso negativo di una politica non basata sulla moralità porta all’uso dei mezzi immorali. Non si tratta di menzogna o menzognetta isolata, occasionale, per evitare noie e per ottenere dei vantaggi immediati; si tratta di complesso di modi illeciti e di attività non rispondenti ai fini del buongoverno e agli interessi del paese. Bisogna partire dalla convinzione che la menzogna non giova mai e danneggia sempre; a questa occorre aggiungere subito l’altra, che il fine non giustifica i mezzi; conchiudendo che la migliore politica è quella che non lede la moralità.

Dal punto di vista del moralista cattolico, mantenendo ferma la teoria, si potranno, nei casi concreti, trovare subiettivamente quelle attenuanti alla colpa della menzogna politica, come ad, ogni colpa commessa della quale si chiede perdono a Dio con la promessa di non ricadervi. Ma le attenuanti subiettive non toccano il fermo principio della illeiceità della menzogna, e con maggior ragione della menzogna politica.

LUIGI STURZO


La lotta sociale come legge di progresso

Thumbnail[1].jpg      Il saggio di cui parliamo è, a suo modo, celebre: Lotta di classe, legge di progresso. Il contenuto è chiaramente espresso nel titolo, tuttavia proprio il repentino cambio del titolo –che diventerà La lotta sociale (e non “lotta di classe”)legge di progresso, sottintende la distanza in termini concettuali dalla lotta di classe marxianamente intesa.

      Del resto, lo stesso Don Sturzo aprendo il saggio[1] sente di dover,in qualche modo di chiarire se non di giustificarsi per il tema che intende affrontare: 

      «Mi son prefisso di parlarvi della lotta sociale come legge di progresso. Potrà ad alcuno sembrare strano che un prete e un convinto propugnatore della democrazia cristiana, che ha per insegna l’armonia delle classi, possa svolgere simile tesi;  e già sin dal principio temo che alcuno, anche senz’essere conservatore, in cuor suo reagisca contro un principio così crudelmente affermato, e che per lo meno sa di tendenza socialista».[2]

      Gianfranco Morra chiarisce, a nostro avviso in modo mirabile, la questione del sacerdote cattolico Sturzo che affronta il tema cruciale della lotta sociale  che sembra una questione di esclusiva pertinenza marxista:

      «Dire marxismo è dire lotta di classe. Per il marxismo la lotta di classe è, insieme, una realtà e un compito. Il marxismo si dice socialismo scientifico in quanto considera la lotta di classe come l’unico strumento del progresso storico e vede nella rivoluzione classista del proletariato la possibilità di mettere fine alla lotta di classe. Marx non è tanto lo scopritore della lotta di classe(…)

      Qual è l’atteggiamento di Sturzo di fronte a questa scoperta “scientifica” del marxismo? E’ la distinzione tra la verità storica e il mito messianico. Che vi siano le classi, che vi sia la lotta di classe, è un fatto difficilmente negabile.

 

      La lotta è la legge stessa dell’esistenza, dato che l’uomo vive in un ambiente, naturale e sociale, cosparso di ostacoli da superare. Se Marx si limitasse ad asserire la realtà della lotta e la necessità di servirsi della lotta per un reale progresso sociale, Sturzo sarebbe un marxista.»[3]

 

      Morra prosegue e giunge al punto; la questione del titolo della conferenza-saggio di Sturzo che significativamente muta il proprio titolo:

      «Marxista potrebbe anche sembrare uno dei primi lavori di Sturzo, la conferenza (poi opuscolo) dell’anno 1902, il cui titolo “sovversivo” suonava: Lotta di classe legge di progresso. Titolo piuttosto equivoco, come si accorse Sturzo stesso, il quale, anche dietro il suggerimento di Romolo Murri, modificò il titolo della conferenza, quando la ripubblicò nella raccolta delle Sintesi sociali : La lotta sociale legge di progresso.

 

      Il mutamento del titolo, dunque, non riflette solo una opportunità pratica, ma anche una consapevolezza teorica: che la storia è veramente lotta in ogni suo momento e che nell’epoca industriale è soprattutto lotta di classe; che, tuttavia, il cattolico non può considerarla positivamente, neppure come strumento di liberazione.

       L’utopia marxista della fine della lotta di classe attraverso la radicalizzazione della lotta di classe viene rifiutata da Sturzo».[4]

 

      Probabilmente ci siamo un po’ dilungati, tuttavia -anche correndo il rischio di incorrere in una digressione oltremodo fuori tema- ci pare opportuno chiarire bene il tema della lotta di classe sturzianamente inteso: non fosse altro che per una riabilitazione postuma dalle accuse di “prete rosso” che don Sturzo dovette subire.[5]




[1] Il saggio in questione è il testo di una conferenza letta il 13 giugno 1902 al circolo universitario di Napoli, successivamente la stessa conferenza sara letta al salone dell’Arcivescovado di Milano il 12 maggio 1903 e al circolo universitario di Torino il 19 maggio 1903. Si può evincere come  Don Sturzo portando le sue idee animava il dibattito dell’intera Nazione, presenziando nelle città più importanti, al nord come al sud.

 

[2] Ivi, p.24

 

[3]  G. MORRA, Sturzo profeta della seconda repubblica, Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo, Roma, 1999, p.62

 

[4]  Ivi, pp.62-63 [corsivo nostro]

 

[5]  E’ certamente singolare il ventaglio di critiche che Don Sturzo suscitò: senza entrare troppo nello specifico  ricordiamo che parallelamente alle accuse di socialismo (“prete  rosso”, appunto.) molto in voga durante il Ventennio, Sturzo passò poi ad essere considerato come un uomo di destra,conservatore e reazionario. Di quest’ultimo tipo di critica furono  protagonisti soprattutto le correnti democristiane progressiste(Dossetti soprattutto, ma non solo). In entrambi i casi si tratta, secondo noi, di critiche faziose che non colgono l’estremo equilibrio del pensiero politico sturziano

.

La legge sul Testamento biologico rischia di introdurre l’eutanasia

ELUANA, primo piano.jpgNel secondo anniversario della morte di Eluana -tanti hanno parlato di “uccisione” e noi siamo assolutamente daccordo sull’uso di quel termine- proponiamo un interessante articolo di Benedetta Frigerio apparso sul numero del 29 gennaio del Settimanale Tempi. Nell’introdurre l’articolo viene posta la seguente introduzione: “La legge è in calendario alla Camera a inizio febbraio. E’ già stata approvata dal Senato. La legge si allarga fino a comprendere non solo i malati in stato di coma ma anche quelli terminali (ricordiamo che Eluana Englaro non era una malata terminale). Il fiduciario, poi, ha un ruolo sproporzionato che può portare se non all’eutanasia attiva, sicuramente a quella per omissione di cure” . Ricordiamo, con affetto e preghiera, Eluana.

Ecco il testo dell’articolo:

In un film del 1965, La decima vittima, il protagonista, un giovanissimo Marcello Mastroianni, è costretto a tenere nascosti i suoi genitori. Questo perché nella pellicola fantascientifica gli anziani vanno consegnati ai “centri raccolta per vecchi” gestiti dallo Stato. La storia, tra l’ironico e il grottesco, prospettava un futuro così. La donna che cerca di rapire i genitori davanti all’opposizione del protagonista gli chiede: «Ma che se ne fa dei suoi genitori? Perché non li consegna allo Stato?». Lui risponde che «in Italia li teniamo ancora nascosti». Lei si stupisce, trovando «incredibile un senso filiale tanto vivo». E chiede stranita all’attore se «ama davvero tanto i suoi genitori?».

Il film non sarà così lontano dalla realtà, se la legge in calendario alla Camera a inizio febbraio, e già approvata dal Senato sul Testamento biologico, dovesse passare. Inoltre, se già il vecchio ddl passato al Senato era poco realistico, nonostante la buona fede, ora con i nuovi emendamenti approvati la norma si fa grave. Innanzitutto, si è allargata la legge dai malati in stato di coma a tutti quelli terminali. Il fiduciario, poi, ha un ruolo sproporzionato che può portare se non all’eutanasia attiva, sicuramente a quella per omissione di cure.

Vediamo gli articoli più controversi. Innanzittutto, l’articolo 5 ai commi 6 e 7
prevede che «il tutore possa decidere per l’interdetto, il curatore per l’inabilitato, l’amministratore di sostegno per l’assistito, i genitori per i figli minori». Ciò significa che quello che è capitato ad Eluana potrà capitare a molti altri. Per i medici infatti è «vietato somministrare terapie» in mancanza di consenso, tanto che se manca si dovranno riferire ai giudici. I rappresentanti possono rifiutare anche terapie salvavita: l’articolo 2,3 dice che questi soggetti possono «rinunciare ad ogni o alcune forme di trattamento sanitario in quanto da essi (i tutori, ndr) ritenute di carattere straordinario».

Con i due articoli si potranno includere nella legge
anche neonati, prematuri e persone incapaci di esprimersi, affidate a tutori che potranno disporre di loro a proprio piacimento. L’articolo 1,1 vieta invece al medico «trattamenti sanitari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati». Sarebbe un giusto divieto d’accanimento se la legge riguardasse solo casi di morte imminente.

Ma il ddl si rivolge anche ai malati di tumore o a tutti i pazienti
la cui vita probabilmente si spegnerà nel giro di qualche mese, giorno o anno. Più avanti, poi, si parla genericamente del divieto a «trattamenti sproporzionati rispetto agli obbiettivi». Che significa? Questa norma potrebbe aprire parecchi contenziosi. Ad esempio, un genitore come Beppino Englaro, che giudicasse sproporzionate certe cure, potrebbe denunciare i medici e anche gli ospedali, per «obiettivi» di spesa.

Il testo parla poi di una «compiuta e puntuale informazione medico-clinica».
Ma come è possibile stabilirla prima di ammalarsi? E chi garantirà che chi firma abbia il senno sufficiente per farlo? Chi tutelerà, poi, i soggetti soli? Inoltre l’articolo 7,2 dice che «in caso di controversia tra il fiduciario ed il medico curante, la questione viene sottoposta alla valutazione di un collegio di medici… Tale collegio dovrà sentire il medico curante. Il parere espresso dal collegio medico è vincolante per il medico curante il quale non è comunque tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico». Questo nuovo comma fa sì che se anche la proposta di legge vieta di cagionare la morte al paziente, il medico potrà arrecarla attraverso l’omissione.

Allargando inoltre la normativa ai malati di cancro o a chi è incosciente si è dovuto aggiungere che alimentazione e idratazione sono obbligatorie, ma «a eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo». Si capisce quanto il giudizio in merito sia opinabile e come possa far comodo agli sponsor dell’eutanasia, e ai loro tribunali, che potrebbero interpretare la norma a proprio piacimento.

Perciò, facciamo nostre le parole di Medicina & Persona e di moltissime altre associazioni di medici che si stanno scagliando contro la norma: «Regolamentare la vita e la morte “patteggiandole” significa averne già accettata la relativizzazione… Certo fa specie che sia un Parlamento a dover dissertare di temi che esulano totalmente dalla sua competenza, come quando si discute di quale assistenza sia dovuta a un uomo malato, alla fine della sua vita. Chi cura e assiste i malati sa bene che solo la condizione clinica di ciascun paziente può determinare la scelta del medico che lo assiste. Dopo l’approvazione della norma di legge l’agire del medico sarà inevitabilmente condizionato da essa, da un foglio di carta o dal parere di “fiduciari”, presi a sicuri interpreti della volontà del malato. Il testo di legge attuale è inevitabilmente a rischio di legittimazione dell’abbandono terapeutico (cioè di eutanasia passiva) nei punti in cui prevede la loro sospensione in caso di assistenza a un “malato terminale”(oggi non c’è in letteratura una definizione univoca su chi è malato terminale, Eluana non lo era eppure è stata diagnosticata tale) e nei casi in cui il medico dissente dalle volontà anticipate del paziente, venendo così sostituito da una commissione di “esperti”. Accadrebbe per legge quello che si è verificato nei giorni scorsi a Firenze (Biotestamento, sì del Tribunale – Il Corriere della Sera 13/01/2011)…».

L’articolo di Benedetta Frigerio è possibile leggerlo sul Sito di Tempi al seguente link:

http://www.tempi.it/la-legge-sul-testamento-biologico-rischia-di-introdurre-leutanasia

La politica come luogo educativo

La politica può essere una sede idonea a trasmettere messaggi educativi. Ciò, naturalmente, a determinate condizioni: è fin troppo evidente – e non sembri banale il ribadirlo – che tali condizioni (l’onestà, la moralità, la tensione all’autentico bene comune) non sussistono nell’odierno quadro politico-amministrativo[1] , salvo sporadiche e lodevoli eccezioni.Quando, però, ci troviamo di fronte a personaggi di indubbia moralità, radicati nella onestà più cristallina e trasparente, allora il discorso cambia.

 

     Luigi Sturzo ha incarnato questa situazione di impegno leale e disinteressato (nel senso di interesse per il bene comune e non per il proprio tornaconto).

     Prima ancora di pensare al grande statista di portata internazionale, si pensi all’intenso operato nel piccolo ambito della  natia Caltagirone. Abbiamo già ampiamente parlato, in altri articoli di questo sito, della vasta attività amministrativa svolta tra il 1905 e il 1920 come pro-sindaco del centro siciliano. Fin da tali prime esperienze locali è possibile individuare l’afflato educativo, ovvero di autentica promozione umana, svolto – ad esempio – nei confronti degli agricoltori calatini .

      Né possiamo dire di essere i primi (men che meno gli unici) a cogliere questa dimensione del pensiero e dell’opera sturziana.          Già nel 1981 l’italo-americano Alfred Di Lascia intitola “La pedagogia della politica” un capitolo del suo denso studio su don Sturzo  in cui viene rivelata la valenza socio-educativa del pensiero sturziano e, con una sorprendente coincidenza rispetto all’idea di Colonna della società educante, così scrive: «il pluralismo democratico di Sturzo richiede che a nessuna istituzione, a nessun agente, a nessuno strumento possa esser permesso di raggiungere un controllo esclusivo (monistico) ; donde la sua vigorosa insistenza su un  insieme sanamente articolato di istituzioni, di funzioni e di poteri separati eppure reciprocamente rapportuali ; né può alcuna istituzione rivendicare una sensibilità totale monopolizzando il processo teleologico -pedagogico»[2].

 

     Quello che vogliamo mettere in particolare evidenza è l’impegno profuso da Sturzo in tale direzione: l’agire politico finalizzato  davvero al bene comune, al miglioramento delle condizioni di vita, ad un autentico sviluppo della persona che non può assolutamente prescindere dalla dimensione soprannaturale.

     Don Sturzo, pertanto, guarda alla coscienza, punta alla coscienza: «L’appello alla coscienza è una costante nel pensiero di Sturzo, e il suo desiderio di realizzare una trasformazione di coscienza, è sovrano.

      Tuttavia, dato che gli storici politici (forse per opzione metodologica) tendono a trascurare o a sottovalutare le complessità della coscienza mentre coloro che hanno scritto su Sturzo e le sue teorie politiche tendono a dare insufficiente attenzione ai presupposti filosofici, siamo ancora una volta, per cosi dire, spinti a sottolineare l’interazione, nel pensiero di Sturzo, dell’esistenza pedagogica (coscienza) e la pressione pratica (politica); dell’aspettativa ideologica (teoretica) e la richiesta tattica (pratica); del valore trascendente (morale -teoretico) e l’atto immanente (pratico-concreto).

      La costanza dell’appello alla coscienza può esser confermata da una accurata lettura degli scritti di Sturzo dopo il suo ritorno in Italia nel 1946, e specialmente durante gli anni ’50 »[3].

   La coscienza, quindi. E non si riferisce (Sturzo, e noi con lui) ad una generica  “coscienza collettiva” come alcuni pure sostengono, bensì alla singola coscienza di ogni persona, la coscienza individuale. Così scrive, in proposito, Giuseppe Catalfamo: «Per Durkheim, com’è noto, la morale, il diritto, la religione, la politica sono una proiezione della “coscienza collettiva”, che è propria di ogni gruppo sociale e, di conseguenza, risolutiva  sé della coscienza individuale.

       E qui sta l’errore. Se è vero, infatti, che ci sono modi di pensare comuni ad una molteplicità di individui che hanno vincoli di razza, nazione, cultura, tradizione, insediamento, è vero anche, e in modo innegabile, che la coscienza individuale persiste indistruttibile, ancorché in determinate circostanze possa non avere  la possibilità di esprimersi in opposizione alla coscienza di gruppo.

      E se esiste ed è incancellabile la coscienza individuale, esistono i rapporti ab nomine ad hominem , come rapporti da coscienza a coscienza, indipendentemente dal fatto di appartenere ad un gruppo»[4].

 




[1] H. A. CAVALLERA, La costruzione del domani. L’educazione politica, Edizione Milella, Lecce, 1984, pp. 155-159.

 

[2] A.DI LASCIA, Filosofia e storia in Luigi Sturzo, Edizioni Cinque Lune-Istituto Luigi Sturzo, Roma, 1981, p.351.

 

[3] Ivi.,p.354

 

[4] G. CATALFAMO, Fondamenti di una pedagogia della speranza , Editrice La Scuola, Brescia, 1986, pp. 101-102

La nascita del partito popolare di Sturzo

L’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana significava attenzione pratica della lunga speranza di spiriti nobilissimi, che per un secolo avevano vagheggiato l’unione di patria e di fede.

Egli vedeva (…) l’attuazione di ciò che avevano sospirato gli altissimi spiriti di Alessandro Manzoni e di don Antonio Rosmini»[1].

Il partito che egli aveva in mente doveva portare nella nazione l’apporto politico aperto e dichiarato delle forze cattoliche, perché l’Italia fosse più salda e più forte, in clima di libertà politica e civile.

Non sembri che l’attuazione di questo progetto (la costituzione di un nuovo partito) sia un’operazione complessa e articolata sì, ma tutto sommato una normale vicenda nel quadro politico nazionale. Giustamente Mons. Paolino Stella fa notare quali e quante responsabilità si assumesse, in quella situazione storica, un sacerdote:

«Don Luigi Sturzo affrontò coraggiosamente le difficoltà e prese sulle spalle le gravi responsabilità (…). Di fronte all’oscura situazione politica, economica e sociale dell’Italia [Don Sturzo ed altri suoi fidati amici e collaboratori] si trovarono subito d’accordo sulla necessità di portare ad essa l’ausilio prezioso delle forze popolari Cristiane.

 A don Luigi Sturzo fu dato l’incarico di preparare la piccola costituente e l’appello da lanciare al paese»[2].

 

E’ a tutti noto tale appello “a tutti gli uomini liberi e forti”, indirizzato, per l’occasione, il 18 gennaio 1919 da una stanza dell’albergo  Santa Chiara in Roma, come ancora oggi ricorda una lapide ivi apposta.

 

Nasce così il partito popolare italiano. Non è compito di questo lavoro approfondire il discorso su un così vasto tema[3]. Tuttavia citiamo due brevi ma significativi giudizi dati all’evento. Gramsci:«il costituirsi dei cattolici in partito politico è il fatto più grande della storia italiana del XX secolo»[4], e lo storico Federico Chabod:«l’avvenimento più notevole e tipico della storia italiana»[5].

         Da dire che don Luigi Sturzo non si presentò mai come candidato al Parlamento. Forte e leale avversario di ogni forma di dittatura egli avvertì, prima di molti altri, il grave pericolo del movimento fascista che allora si andava formando.

         Mussolini da parte sua prese ad avversarlo fortemente e pericolosamente. Don Sturzo fu minacciato persino di morte e dovette nascondersi. Era divenuto, ora più che mai, scomodo. Stavano per aprirsi per lui “le porte” del lungo e doloroso esilio.

         Riguardo alla paternità di questa decisione è rimasta, si può dire, un’aura d’incertezza, venata ancora oggi di una certa faziosità. Certo è che, se è vera, l’ipotesi di una volontà precisa del Vaticano di “togliersi di torno” un personaggio scomodo in vista dell’ “abbraccio mortale” col fascismo, è altrettanto vera l’implicita ammissione di non aver visto bene (di aver sbagliato, insomma) su don Luigi Sturzo nel momento stesso in cui essa, la Chiesa, lo riconosce e lo proclama come Servo di Dio – poi Venerabile, Beato, ecc. – insomma lo indica come modello di vita totalmente orientata al Vangelo di Gesù  Cristo.




[1] P. STELLA, op. cit., pp. 98-99.

 

[2] P. STELLA, op. cit., p. 99.

 

[3] Per un adeguata conoscenza della storia del Partito Popolare si possono consultare (anche per le utilissime note biografiche) fra gli altri: G. DE ROSA, Il Partito Popolare Italiano, Laterza, Roma – Bari, 1988; il terzo volume della Storia del movimento cattolico in Italia (Opera diretta da F. MALGERI), Popolarismo e sindacalismo cristiano nella crisi dello stato liberale, Il Poligono Editore, Roma, 1980. (Oltre, naturalmente, ai volumi citati in precedenza e relative note bibliografiche).

 

[4] A. GRAMSCI, I Cattolici Italiani, in “Avanti!”, edizione piemontese, 22 dicembre 1918.

 

[5] Citato da G. CAPUTO, La «laicità» del sacerdote Sturzo. L’enigma popolare, in “Studi Cattolici”, anno XIV, febbraio 1972, n. 132, p. 94.