Un GRAZIE a tutti i lettori (e una nota su sai baba)

Nel ringraziare i numerosi e fedeli lettori e visitatori di questo sito/blog dedicato al Servo di Dio don Luigi Sturzo vorrei comunicare che presto mi attiverò per rendere più aggiornato, piu ricco e più illustrato questo spazio. Mi permetto pure di chiedervi un qualche riscontro: un commento (basta cliccare, in fondo ad ogni articolo c’è la voce “COMMENTI”, e scrivere qualcosa) per me sarebbe importante. Una critica lo sarebbe ancor di più perchè mi permetterebbe di correggere i numerosi sbagli che sicuramente compio. Ad ogni modo: attendo fiducioso e rinnovo il mio GRAZIE. Vorrei, nella giornata odierna, proporvi un articolo di attualità che è apparso oggi sul quotidiano on-line “La Bussola Quotidiana” diretto da Andrea Tornielli. Si parla del discusso (e discutibile) “santone” e “mago” indiano che è morto nei giorni scorsi (aveva “previsto” la sua morte fra una decina d’anni, ma questo è davvero solo un dettaglio rispetto alla enormità delle storture) e che domani, mercoledì 27 aprile, avrà le sue esequie. Il bravo Marco Invernizzi esprime puntuali riflessioni e perplessità sul guru, e soprattutto coglie il pericoloso senso -di là del clamore mediatico e le letture superficiali- del “successo” di sai baba e, in genere, della religiosità orientale che, purtroppo, affascina tante creature anche in occidente (nell’articolo è citato en passant don Primo Mazzolari che, per una curiosa coincidenza, nei giorni scorsi ha avuto una citazione -da parte di un carneade semisconosciuto quanto pericoloso- durante la discussa trasmissione della Rai Tv che ha “usato” le preziose parole del Vicario di Cristo alla stregua delle opinioni di un almirante qualsiasi). Questo l’articolo:

 

Sai Baba è morto, l’illusione continua

di Massimo Introvigne
26-04-2011

 

La morte di Sathya Sai Baba, forse il più popolare guru indiano della seconda metà del secolo XX, induce a qualche riflessione sul successo che ha avuto in Occidente e in particolare in Italia, dove ha trovato seguaci fra ex-sessantottini affascinati dall’Oriente, professionisti – fra cui diversi medici, che hanno scelto di andare a lavorare nell’ospedale da lui fondato in India – e perfino un sacerdote lombardo, don Mario Mazzoleni (1945-2001), che la scelta senza riserve per Sai Baba ha condotto fino al dramma della scomunica. Ma chi era Sai Baba?

Satyanaryan Raji (1926-2011) nasce nel 1926 a Puttaparthi nell’Andra Pradesh (India del Sud). A quattordici anni entra in uno stato di esaltazione al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia «Sono Sai Baba», assumendo lo stesso nome di un santo asceta, Sai Baba di Shirdi (1856-1918), molto popolare in India. Da allora comincia a raccogliere seguaci in un piccolo ashram, che oggi con il nome di Prashanti Nilayam è diventato un intero sobborgo di Puttaparthi.

Sathya Sai Baba – come è normalmente chiamato in India proprio per distinguerlo da Sai Baba di Shirdi – invita a tornare alle scritture tradizionali dell’India e a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore, che è già dentro di noi e che può essere raggiunto non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un’esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere e dal servizio reso agli altri. Dio, pertanto, per Sai Baba non è un’entità esterna separata dall’uomo, ma uno stato di consapevolezza che ciascuno di  noi può raggiungere.

I fedeli considerano Sathya Sai Baba un avatar – cioè un’incarnazione divina – integrale (purnavatar), come Krishna; secondo loro, la storia è stata anche percorsa da «amshavatara», avatar «parziali», tra cui Gesù Cristo, Sri Ramakrishna (1836-1886) e Sri Aurobindo (1872-1950), ma solo il loro maestro è stata un’incarnazione totale e perfetta. Contrariamente ad altri maestri indiani – che considerano i miracoli come appartenenti a una sfera inferiore – Sathya Sai Baba ha affidato la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o «siddhi». Ha così offerto ai seguaci ogni sorta di «miracoli», sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni a migliaia di chilometri di distanza), sia nel regno fisico. Dalle mani del maestro usciva ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) cui erano attribuite proprietà miracolose. Il maestro era inoltre ritenuto capace di fare apparire oggetti di ogni genere: statuette devozionali, anelli d’oro, il linga simbolo di Shiva, e perfino monete d’oro che recavano, come data del conio, l’anno di nascita del devoto per cui erano state «prodotte».

Questi fenomeni hanno portato molti specialisti occidentali a liquidare Sathya Sai Baba come espressione di un sincretismo superstizioso estraneo al «vero» induismo. Ma questo giudizio si scontra con il fatto che Sathya Sai Baba ha decine di migliaia di seguaci in India, pacificamente considerati devoti indù. L’induismo non ha una Chiesa o autorità che possano decidere chi è indù e chi non lo è. La più grande organizzazione indù, la Vishwa Hindu Parishad, espressione di un nazionalismo spesso intollerante verso le altre religioni che controlla il secondo partito politico indiano, ha sempre esaltato Sathya Sai Baba come un modello d’induismo, difendendolo dalle accuse di pedofilia che ne hanno turbato gli ultimi anni di vita, anche perché il guru di Puttaparthi ne ha sempre sostenuto i progetti politici. Uno dei più vicini collaboratori e oggi dei candidati alla successione di Sai Baba, il novantenne Prafullachandra Natwarlal Bhagwati, è stato presidente della Corte Suprema indiana, il più alto magistrato dell’immenso Paese asiatico. L’induismo non è il sistema «puro» insegnato in qualche università occidentale ma un complesso coacervo di miti, riti e devozioni popolari dove oggi sono entrati anche, come componenti essenziali per decidere almeno in India chi ne fa parte, il nazionalismo e la politica.

Sathya Sai Baba ha avuto successo anche in Occidente, come si è accennato, soprattutto in Italia. Una lettura di questo successo non può che fare riferimento alla grande crisi culturale degli anni 1960, che ha avuto il suo momento emblematico nel 1968. Il Sessantotto non ha eliminato – né sarebbe stato possibile – le domande di senso e di sacro che vivono nel cuore di ogni uomo, ma ha gettato un lungo sospetto sull’Occidente e sul cristianesimo. Ne è nato un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto quanto è orientale e di tutto quello  che si presenta come eterodosso rispetto al cristianesimo. Dai contestatori delle università a musicisti come i Beatles molti hanno preso la strada dell’India. Il fatto che molti italiani abbiano scelto Sai Baba si spiega con un gusto del miracoloso che non è estraneo alla nostra tradizione nazionale e che forse non sarebbe stato soddisfatto da forme d’induismo più «colte» e filosofiche.

Tuttavia, se si supera il clamore intorno ai «miracoli» e si cerca di capire in che cosa consiste l’insegnamento di Sathya Sai Baba, si scopre che il suo centro è la ricerca di Dio o del Divino non come Persona, al di fuori di noi, ma come stato della nostra coscienza. Si tratta dunque, come spesso accade in Oriente, di una «enstasi», qualche cosa che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall’estasi. Nell’«enstasi» si entra sempre di più in se stessi e ci si chiude a ogni possibile trascendenza, mentre nell’estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. L’illusione, chiudendosi in se stessi, è quella di attingere così l’Essere, mentre al massimo – come ha notato un ex induista della generazione del 1968 belga, poi convertito e oggi sacerdote cattolico, padre Joseph-Marie Verlinde –  si arriva al «Sé inteso come atto primo dell’esistenza che è soltanto e sempre l’atto di un essere creato e non dell’Essere divino increato». Il rischio, alla fine, è quello di un «narcisismo senza Narciso», secondo la formula del missionario e indologo francese Jules Monchanin (1895-1957). Chi s’illudeva, magari grazie a Sai Baba, di sfuggire alla prigione della soggettività, percepita come tipicamente occidentale, finisce per ritrovarsi rinchiuso a doppia mandata in quella stessa prigione. Sathya Sai Baba è morto, ma l’illusione continua.

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 http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-sai-baba–mortolillusione-continua-1677.htm

Sturzo, moretti, tarquinio e de mattei

Ammetto che è un pò azzardato provare ad ipotizzare quello che Don Luigi Sturzo avrebbe detto oggi di certe pellicole che circolano (e che rendono miliardari certi sporcaccioni impenitenti) ma mi permetto di dire che il Servo di Dio avrebbe sonoramente bocciato certe prese in giro della Chiesa e del Papato. Non so se oggi a caltagirone c’è qualche sala cinematografica(credo di si), ma ai suoi tempi non avrebbe certo approvato la proiezione di certi irriverenti filmini.

Non sempre mi trovo daccordo con Marco Tarquinio -e piu in genere con Avvenire – ma credo  sia leggittimo (ancorchè irrilevante, lo so)  che un anonimo bamboccione della bassitalia nel suo anonimo e sconosciuto blog osi dir tanto. E, giusto per chiarire, spesso dissento da certe firme dell’osservatore (di più: trovo incredibile che certe persone scrivano sul giornale della Santa Sede) ma sono ben consapevole che OR non è la Chiesa di Cristo (di cui sono umile servo ubbidiente) e avvenire non è la cei. Certi semplicismi superficiali li lascio ai superficiali-appunto- e/o ai faziosi.

Epperò in questo caso -l’intervento sul numero odierno- sono assolutamente daccordo, in tutto e per tutto, con quanto scrive. Non aggiungo altro. Riporto le parole di Marco Tarquinio. Che non è la Chiesa e non è il Vaticano ma ha scritto delle cose sacrosante ed inconfutabili. Spiace che altri giornalisti abbiano perso -o non abbiano mai avuto- la libertà  di ragionare, di scegliere e di pubblicare. Credo sia la sventura più triste per un giornalista. Specie se cattolico.

Qualcuno potrebbe dire “e perchè non una parola per “difendere” de mattei? Mah, ognuno fa le sue scelte. E’ talmente evidente che la campagna denigratoria sulfurea non era contro lui ma contro Cristo e la Sua Chiesa. Nel merito: de mattei, in quella trasmissione radiofonica, non ha detto eresie e neppure stupidaggini (e padre Livio, del resto, sarebbe subito intervenuto come ha fatto in altre circostanze). Ho letto, semmai, stupidaggini nei commenti (sia “pro” che “contro”). E mi è parso strano che nessuno abbia ricordato che,  in ginocchio prima della assoluzione, diciamo testualmente “perchè peccando ho meritato i tuoi castighi”.

 

Vabbè: comunque questo l’intervento odierno di Marco Tarquinio

http://www.avvenire.it/Lettere/Un+film+discusso+i+lettori…

 

 

Interroga e provoca diversi (e persino opposti) pareri l’ultimo film di Nanni Moretti. Si dirà che questo è quanto un’opera che aspira a essere d’arte può e deve fare, anche se non sempre ci riesce. Ma io – che ancora non ho trovato tempo e modo per vedere “Habemus Papam”, e che ho già affidato alla critica bella e acuta di Marina Corradi la “lettura ufficiale” della pellicola (Avvenire, venerdì 15 aprile) – lascio volentieri la parola ad alcuni dei lettori e amici che ci stanno scrivendo in proposito con gusto, passione e – requisito essenziale – rispetto e buona creanza. Secondo un costume che è regolarmente praticato sulle pagine di Avvenire e anche altrove, ma che altrove – quando è Avvenire a praticarlo – suscita evidentemente stupore e soprattutto clamore.

Me ne occupo, qui, proprio per questo.La lettera aperta di Salvatore Izzo, valente vaticanista dell’Agi (una delle principali agenzie di stampa italiane), proponeva domenica scorsa un punto di vista argomentato e diverso dal nostro, con una proposta di “boicottare” il film morettiano articolata con la verve caratteristica di quel collega giornalista che conosco e apprezzo da tempo. Per questo gli ho assegnato, in questa pagina di dialogo, il nobile spazio che – di quando in quando – diamo a liberi contributi, interni ed esterni al giornale, di quel tenore (“In cauda venenum”) o di tenore opposto (“Dulcis in fundo”). Siamo fatti così, guarda un po’, noi giornalisti del quotidiano d’ispirazione cattolica. E lo facciamo così, questo giornale.

Con la libertà di ragionare, di scegliere e di pubblicare anche opinioni altrui, a volte pure in forma di “ripresa” da altri giornali. Perché ricordo quello che i nostri lettori sanno già benissimo? Perché quella mordace lettera è diventata la “parola” di questo giornale. Salvatore Izzo da qualcuno è stato addirittura proclamato sacerdote, anzi “Monsignore”. Potrei alzare le spalle e persino sorriderci su… Ma poi, domenica sera, in tv, qualcuno ha proposto a Moretti stesso una domanda sull’«editoriale di Avvenire» (testuale) che avrebbe proposto il boicottaggio preventivo del suo film… Adesso, qualcuno dirà che me la prendo sempre con Fabio Fazio e con il suo programma.

Ma che cosa ci posso fare se Fazio fa spesso e volentieri operazioncine di questo tipo? Come posso non ricordare che è stato Fazio ad aver fatto finta di non vedere un mese di campagna di Avvenire («Fateli parlare») per chiedergli di dare voce in un suo programma di successo anche ai malati (e ai loro familiari) descritti come «vite indegne» da chi aveva fatto scelte di tipo eutanasico? E come faccio a non ricordarmi di aver personalmente scritto in quell’occasione almeno tre editoriali (che forse erano davvero «di Avvenire») per chiedergli non di portare in tv «portavoce» di un qualche movimento, ma di fare intelligentemente e onestamente spazio a storie vere (e silenziate) di sofferenza, di solidarietà e di bellissima resistenza umana e civile al dolore e all’abbandono di disabili e malati gravi? Come faccio a non rammentare di aver avuto per tutta risposta una paradossale “lezione” sulla libertà di chi non fa posto nei suoi programmi (e Avvenire quando mai glielo aveva chiesto?) a «portavoce di movimenti pro-life»? Insomma, gli editoriali di Avvenire sono tali, e meritevoli d’attenzione, solo quando lo decide Fazio. Forse semplicemente (e legittimamente, ci mancherebbe) lui Avvenire non lo legge. Il problema è che quando non vuole – o non può – evitarlo, ne parla lo stesso, a sproposito.

Quasi come Moretti che dice – a quanto pare anche a noi – «prima andate a vedere il mio film». Beh, è esattamente quello che i nostri critici hanno fatto, e Moretti in realtà lo sa. Risposta furba, la sua, a una domanda sbagliata e furbetta. I nostri lettori, che stupidi non sono, hanno deciso – o decideranno – in tutta libertà che cosa farsene di questa storia di celluloide. Io avrei ancora intenzione di andare a vederla (da cronista vado sempre alla “fonte”), ma se continua così mi faranno passare la voglia…<+cap_chiaro>I<+nero_bandiera>nterroga e provoca diversi (e persino opposti) pareri l’ultimo film di Nanni Moretti. Si dirà che questo è quanto un’opera che aspira a essere d’arte può e deve fare, anche se non sempre ci riesce. Ma io – che ancora non ho trovato tempo e modo per vedere “Habemus Papam”, e che ho già affidato alla critica bella e acuta di Marina Corradi la “lettura ufficiale” della pellicola (Avvenire, venerdì 15 aprile) – lascio volentieri la parola ad alcuni dei lettori e amici che ci stanno scrivendo in proposito con gusto, passione e – requisito essenziale – rispetto e buona creanza. Secondo un costume che è regolarmente praticato sulle pagine di Avvenire e anche altrove, ma che altrove – quando è Avvenire a praticarlo – suscita evidentemente stupore e soprattutto clamore. Me ne occupo, qui, proprio per questo.

La lettera aperta di Salvatore Izzo, valente vaticanista dell’Agi (una delle principali agenzie di stampa italiane), proponeva domenica scorsa un punto di vista argomentato e diverso dal nostro, con una proposta di “boicottare” il film morettiano articolata con la verve caratteristica di quel collega giornalista che conosco e apprezzo da tempo. Per questo gli ho assegnato, in questa pagina di dialogo, il nobile spazio che – di quando in quando – diamo a liberi contributi, interni ed esterni al giornale, di quel tenore (“In cauda venenum”) o di tenore opposto (“Dulcis in fundo”). Siamo fatti così, guarda un po’, noi giornalisti del quotidiano d’ispirazione cattolica. E lo facciamo così, questo giornale. Con la libertà di ragionare, di scegliere e di pubblicare anche opinioni altrui, a volte pure in forma di “ripresa” da altri giornali. Perché ricordo quello che i nostri lettori sanno già benissimo? Perché quella mordace lettera è diventata la “parola” di questo giornale. Salvatore Izzo da qualcuno è stato addirittura proclamato sacerdote, anzi “Monsignore”. Potrei alzare le spalle e persino sorriderci su… Ma poi, domenica sera, in tv, qualcuno ha proposto a Moretti stesso una domanda sull’«editoriale di Avvenire» (testuale) che avrebbe proposto il boicottaggio preventivo del suo film… Adesso, qualcuno dirà che me la prendo sempre con Fabio Fazio e con il suo programma. Ma che cosa ci posso fare se Fazio fa spesso e volentieri operazioncine di questo tipo? Come posso non ricordare che è stato Fazio ad aver fatto finta di non vedere un mese di campagna di Avvenire («Fateli parlare») per chiedergli di dare voce in un suo programma di successo anche ai malati (e ai loro familiari) descritti come «vite indegne» da chi aveva fatto scelte di tipo eutanasico?

E come faccio a non ricordarmi di aver personalmente scritto in quell’occasione almeno tre editoriali (che forse erano davvero «di Avvenire») per chiedergli non di portare in tv «portavoce» di un qualche movimento, ma di fare intelligentemente e onestamente spazio a storie vere (e silenziate) di sofferenza, di solidarietà e di bellissima resistenza umana e civile al dolore e all’abbandono di disabili e malati gravi? Come faccio a non rammentare di aver avuto per tutta risposta una paradossale “lezione” sulla libertà di chi non fa posto nei suoi programmi (e Avvenire quando mai glielo aveva chiesto?) a «portavoce di movimenti pro-life»? Insomma, gli editoriali di Avvenire sono tali, e meritevoli d’attenzione, solo quando lo decide Fazio. Forse semplicemente (e legittimamente, ci mancherebbe) lui Avvenire non lo legge. Il problema è che quando non vuole – o non può – evitarlo, ne parla lo stesso, a sproposito. Quasi come Moretti che dice – a quanto pare anche a noi – «prima andate a vedere il mio film». Beh, è esattamente quello che i nostri critici hanno fatto, e Moretti in realtà lo sa. Risposta furba, la sua, a una domanda sbagliata e furbetta. I nostri lettori, che stupidi non sono, hanno deciso – o decideranno – in tutta libertà che cosa farsene di questa storia di celluloide. Io avrei ancora intenzione di andare a vederla (da cronista vado sempre alla “fonte”), ma se continua così mi faranno passare la voglia…

TRATTO da  “Avvenire” di martedì 19 aprile 2011 (http://www.avvenire.it/Lettere/Un+film+discusso+i+lettori… )

 

Vivere la Pasqua -e la Settimana Santa- cristianamente

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Ecco: ora sappiamo ciò che è importante fare.
Non indugiamo e non rinviamo:
coraggio!
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Post Scriptum: non scoraggiamoci se, magari, nelle nostre parrocchie e nei nostri paesi e città non tutti i Sacerdoti sono “disponibili” (anche se non si capisce cosa altro dovrebbero fare durante la Settimana Santa se non confessare e pregare e digiunare). Non scoraggiamoci ed andiamo dove sappiamo che troveremo un Sacerdote pronto, accogliente e desideroso di donarci il perdono sacramentale

la buona amministrazione

Il rischio di confondere i propri sogni con la realtà è sempre in agguato. Ma certuni, invece di tenere la guardia alta, si abbandonano a credere stoltamente ai propri sogni. Che, spesso, sono gretti, meschini, asfittici. Se uno ha il cuore ostinato persino i suoi sogni puzzano di escrementi. Figuriamoci se mi metto a commentare la non-notizia che ha scatenato in città le ipotesi più fantasiose e surreali possibili (assieme a timori e lotte intestine): lascio che siano gli house organ degli adùlteri e dei pluripregiudicati a (s)parlare. Al massimo mi limiterò a leggere. E non sono neppure sicuro di questo, perchè sono ultra sensibile e soffro quando sento e leggo fesserie. E non tanto per le fesserie in sè -oramai, con l’età, ci ho fatto il callo- quanto per la ignoranza e la cattiveria che esse sottendono. Ecco: di fronte al male (io sono cattolico e per me l’odio e la menzogna sono orrido male) non ho altra arma che la preghiera. Se poi, nella preghiera, il Paraclito suggerisce qualcosa allora, con prudenza e discernimento, agìsco. Diversamente taccio, soffro, offro e prego. O forse credete che Sturzo -il più grande politico italiano- agisse d’impulso o seguendo gli istinti? Basta. Mi fermo qui. Quando -e se- non avremo più questi capi (degnissimi capi) ci soffrirò certo. Ma rivolgerò il mio grazie al Cielo che, in questo decennio(anno più anno meno) ha disposto la presenza in Brindisini di persone straordinarie. Ho più volte detto che Essi sono un vero e preoprio lusso per Brindisi. Pazienza che qualcuno la pensi diversamente. Se il Signore mi darà vita sono certo che ascolterò, piano piano, gli stolti concittadini che diranno (o quantomeno penseranno dentro di loro) : “Che anni belli abbiamo vissuto! Che stolti che siamo stati a volere tornare indietro. Si, indietro. Chè è (quasi) inevitabile il ritorno a certe assurde storture. E -prima si menzionavano gli escrementi- si sà: certi composti  tornano sempre a galla. PRISCIATIVI!

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Ancora su Mantovano, la “lettera dei 62” e le strumentalizzazioni

Anzitutto: prudenza.

Si, perchè in una fase così turbolenta -nel Paese (dove fascisti, dipietristi,finiani,comunisti viola manifestano INSIEME contro il Primo Ministro) e nelle Aule  Parlamentari (dove i “rappresentanti” di queste italiche fazioni usano più o meno gli stessi slogan impregnati d’odio verso il Premier)- ed alla vigilia di un processo molto delicato con imputato il Capo del Governo e, soprattutto, mentre il Paese vive la preoccupante invasione di migliaia di clandestini e le fecali opposizioni ci giocano sopra sperando di far cadere il Governo (come se così si risolvesse d’incanto il problema ma, evidentemente, non è la risoluzione del problema l’obiettivo ma la caduta del “tiranno”)

è  saggio avere tanta prudenza.

Per intenderci: della presunta lettera scritta da 62 parlamentari del PDL non è possibile -al momento- avere una certezza. Per capirci ancora meglio: mentre decine di siti e blog (anche più sgangherati e sconosciuti di questo) pontificano su tale lettera ed i presunti “effetti devastanti” che essa avrà sulla tenuta del Governo -divertitevi un pò: trovate in rete tutti questi politologi parvenue e vi accorgerete che è solo un misero giro di copiaeincollla senza neppure prendersi il fastidio di modificare una virgola, o aggiungere un commentino personale- un giornale della opposizione mette in rete una presunta copia della lettera. E’ in word  -e quindi ognuno la manipola e la distorce come vuole- e porta in calce uno scalcagnato e sgrammaticato elenco dei presunti Parlamentari PDL -anche qui: il formato word consente di aggiungere all’elenco chiunque parlamentare, vero o inventato- firmatari della stessa lettera.

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Sia chiaro: è molto probabile che tale lettera esista davvero e, per fugare ogni dubbio, aggiungo che chi scrive queste modeste considerazioni ha già espresso la totale solidarietà all’onorevole Alfredo Mantovano all’indomani delle dimissioni ed ha creato -per quel che può valere, cioè n u l l a! – un gruppo su facebook a “supporto” del Sottosegretario agli Interni  (http://www.facebook.com/home.php#!/home.php?sk=group_1213… ). E, in questa sede, rinnovo la solidarietà e vicinanza ad uno dei migliori uomini politici italiani.

Soltanto dico, scoprendo-LO SO!- l’acqua calda, di stare attenti alle strumentalizzazioni. Quelle già in atto -già in parte accennate- e quelle possibili e tuttaltro che inverosimili. E, nel salutarvi e promettendovi che prestissimo tornerò sulla quaestio, rinnovo l’invito a trovare fonti certe e certificate ed usare tanta prudenza.

 

cosimo de matteis

Un politico che piacerebbe molto a Sturzo

Il discorso partitico
-una fantomatica diatriba fra lega e pdl-
qui conta molto marginalmente:

noi stimiamo Mantovano
ed apprezziamo la sua coraggiosa
S C E L T A
che non è certo un “capriccio”.

Quando la Chiesa -Ruini ultimamente, ad esempio- parla dell’impegno dei cattolici VERI nella politica non si può non pensare a Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Roberto Formigoni, Maurizio Lupi e, appunto, Mantovano

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